Sabato/3
– Brigadiere, è tardi! – esclamò Filastò nel vedere Nigro scendere dalla scaletta che porta in piazza. – sono quasi le dodici e mezza, non abbiamo pranzato ed il treno parte all’una.
– Mangeremo in treno, passiamo dalla caserma a prendere pane e companatico ed a salutare il Maresciallo.
– Ma brigadiere, che bisogno avete di fumare con tutto il fumo che già c’è qui dentro? Una galleria l’abbiamo passata ed un’altra sta venendo, ci mancate solo voi e la vostra sigaretta.
– Ti ho già detto che mi aiuta a pensare ed adesso stavo riflettendo su certe cose. Tu non pensi mai?
– Se sapeste, brigadiere, cosa mi passa per la testa in questo momento!
– Posso immaginarlo, sono stato giovane anch’io, e dopotutto non è passato molto tempo – disse il brigadiere immergendosi ancora nei suoi pensieri.
Pensava a quello che gli aveva detto Don Isidro quando si erano congedati, un paio d’ore prima. Di salutargli due suoi amici: Salvatore il forgiaro e Peppino, il benzinaio. Quindi sapeva che sarebbe dovuto andare in Sila e, probabilmente, pensò Nigro, ancora una volta, gli aveva dato dei suggerimenti. Il trenino aveva appena lasciato la galleria del Fondente, la più lunga, ancora due fermate, Piccirillo e Borghetto, e sarebbero arrivati al Borgo. Il viaggio era stato tranquillo, non c’era molta gente sulla littorina, a differenza di quella della mattina presto, che era sempre pieno di gitanti, specialmente di Cosenza, che così passavano una intera giornata al Borgo o nei bei dintorni, per riprendere il treno di sera, alle prime ombre. Già dal Fondente l’aria si era fatta più fresca ed ai castagni si sostituivano i faggi e poi pini e gli abeti, sempreverdi. Quando arrivarono al Borgo erano quasi le tre, i due, un po’ accaldati, ché il sole di fine luglio non scherza nemmeno a queste altezze, non esitarono a dirigersi per prima cosa alla locanda per dar sollievo al corpo ed allo spirito.
Il locale, il più vecchio del Borgo, era stato costruito dal padre dell’attuale proprietario, ai suoi tempi il più bravo fra i mannesi , i boscaioli della Sila. Come al solito Tonino, il proprietario, che era anche cuoco, cameriere e portiere, si lamentò che quell’anno i turisti erano pochi e quei pochi che venivano non avevano voglia di spendere, perché c’era la crisi, per colpa, stavolta, dell’autarchia. A malapena, disse, era riuscito a riempire tutte le camere, ma giusto perché erano suoi ospiti quattro della Milizia, il cui capo era un omone scortese, che però chissà quando lo avrebbero pagato. Dopo aver bevuto una fresca bevanda, la classica gazzosa al limone, Nigro si fece dare le chiavi della baita accanto alla locanda che fungeva da piccola caserma, quando i Carabinieri erano in missione in Sila. Erano due stanzette, di cui quella sul retro fungeva da dormitorio, c’erano due brandine, e quella all’ingresso era pomposamente chiamato “l’ufficio”.
– Brigadiere, c’è pulito, qui. Il signor Tonino non vi ha trascurato. Ci sono pure coperte per la notte. Perché di notte fa freddo, vero?
– E già! Siamo in Sila, Filastò! Questa sistemazione sarebbe perfetta, se non mancasse il bagno. Ma niente di grave, possiamo usare quello della locanda. Tonino è un amico. Ora riposiamoci un po’, che poi tocca farci una bella passeggiata, così ci alleniamo per stasera. E non è detto che quelle coperte ci servano…
– Papà, papà, arrivano due uomini neri. Sono altri, non sono quelli di stamattina!
Dalla porta uscì un uomo robusto, con un grembiule di cuoio ed una pesante mazza di ferro tra le mani. La barba fluente lo rendeva ancora più tremendo. La bambina, nel frattempo, si era accucciata fra le sue gambe.
– Ma piccola, non lo riconosci più Francesco, il mio amico carabiniere?
– Buongiorno, Salvatore. Credo che ci abbia scambiato per delle nostre vecchie conoscenze…
– Si, se ti riferisci a quelli di stamattina, come dice mia figlia, sono dei tipi veramente poco raccomandabili, specialmente il loro capo. E sono anche stupidi: hanno voluto riparato l’asse del loro motociclo in meno di dieci minuti. Io ho detto che la riparazione non tiene, specialmente se vanno per i sentieri dei boschi. Troppi rimbalzi.
– Ma tu sei il mago della forgia! Non a caso ti chiamano il re delle Forgitelle!
– Certo, per un po’ resisterà, se vanno solo sul bitume, e loro hanno detto che gli bastava. Ma non le fanno più le macchine di una volta, certe volte dico che erano meglio i carri. Pensa che c’è una fabbrica di Torino che si affida alla volontà di Dio. Voluntas dei, come dicono i preti. A proposito, Don Isidro, come sta?
– Sta bene e ti saluta e ti ricorda che i primi di settembre ti viene a trovare, per la festa.
– Già, devo organizzare la raccolta della maiorca per la coccìa. A te, Francesco, piace, lo so, ed al tuo collega?
– Non molto – rispose Filastò – l’ho provata l’anno scorso, ma non mi ha convinto. Anche perché dalle mie parti si fa un’altra cosa col grano. Si mischia col vino cotto e si mangia per devozione a Santa Lucia. Voi invece ci mettete la carne e la mangiate per San Francesco.
– Paese che vai, usanza che trovi – sentenziò il fabbro. E comunque non è carne qualsiasi: maiale e capra. E tutto ha un significato, religioso, pagano, fate un po’ voi. Ma è un discorso lungo, ne parleremo un’altra volta. Ora entrate dentro, che vi faccio assaggiare un po’ di scirubbetta.
– In estate?
– Perché no? Neve, in alto, ce n’è ancora, io me la sono procurata e so come mantenerla fresca.
Le Forgitelle, le piccole forge, erano un po’ fuori dal Borgo, così camminando con passo quasi da turista, i due carabinieri poterono scambiare qualche opinione, prima di arrivare alla tappa successiva.
– Brigadiè, certo che è forte il forgiaro. Sembra un orco…
– …ma è buono come il pane. E poi sa tante cose sulla Sila, più di un professore. Per quanto ci riguarda, ci ha confermato che i neri girano per i boschi e noi sappiamo che non lo fanno per cercare funghi. Né per scovare i comunisti.
Percorsero tutto il Borgo, che poi era un vialone di qualche centinaio di metri con ai lati una schiera di costruzioni, quasi tutte in legno, non più alte di due piani. Oltre alla Locanda c’erano altri tre o quattro alberghi, un paio di empori e, un po’ prima del bivio che porta a Moccone o al Tasso, la pompa di benzina.
– Buongiorno, Peppino!
– Benvenuti! – fece l’omino in tuta – Sempre a due a due, voi.
– È che noi siamo generosi – rispose Nigro -, non badiamo a spese. Non come te, che non hai nemmeno un aiutante…e ne avresti bisogno. Ti sei visto come sei invecchiato?
– Io sono sempre stato vecchio: lavoro da quarant’anni e ne avevo otto quando ho cominciato. Ce ne fossero di vecchi come me!
– Scherzo, lo sai. E poi, comunque, intraprendente e giovane di spirito lo sei sempre.
– È vero, non è che potevo campare solo coi coloniali, con la famiglia che mi ritrovo: cinque femmine! E cinque doti da fare. E poi non è vero che non ho aiutanti, le ragazze mi aiutano al negozio, ed anche mia moglie. Solo che ora è di nuovo incinta…è al settimo mese e stavolta ha la pancia pizzuta. Speriamo bene.
– Speriamo bene si! Un erede te lo meriti. Comunque, maschio o femmina, quello che conta è la salute.
– Certo! grazie a Dio, e toccando ferro, quella non ci manca. E anche gli affari non ci vanno male. L’estate sta andando bene e ci sono un sacco di turisti, non credete ai padroni delle locande: si lamentano sempre. Di questo dobbiamo ringraziare don Gabriele, il ministro. Possiamo dire tutto ai fascisti, ma non che non ci tengano alla nostra Sila. E poi c’è quel Mitraglia, sarà antipatico, ma è diventato il mio migliore cliente. Col motociclo va e viene e compra un sacco di benzina, a taniche, addirittura, e paga in contanti, altro che buoni, come fate voi e quelli del Municipio! Ma voi che ci fate qui, siete in vacanza?
– Magari – rispose Francesco – siamo in giro per servizio, altrimenti come ci vedremmo? Ma, visto che ci sono, senti: ho finito il profumo, cos’hai di buono nel negozio?
– Brigadiere mio, ho il meglio del meglio: Tabacco d’Harar! Venite, entriamo, così parliamo un po’, ci fumiamo una sigaretta e vi faccio provare una paesanella che è la fine del mondo!
Entrarono tutti e tre nella baracca di legno che fungeva da negozio. Le pareti erano occupate da scaffali ricolmi delle cose più disparate, dall’ago alla zanzariera, per non parlare dei famosi coloniali: pepe, cannella, karkadè…Quasi addossato all’unica finestra c’era il bancone, dove i tre si appoggiarono. Filastò, come colto da un dubbio, chiese:
– Ma è forte questa paesanella? Perché se è forte, non me la sento di berla, con questo caldo, poi.
– Noo! Va giù che è un piacere – fecero gli altri due, maliziosi.
– E ditemi – chiese Peppino , versando con generosità l’acquavite nei piccoli bicchieri– cosa sta combinando quel volpone di Don Isidro?
Ma il brigadiere non fece in tempo a rispondere che Filastò, strabuzzando gli occhi, cominciò a tossire, fragorosamente.
– Questo scherzo non me lo dovevate fare, voi e quell’altro. Spero che la moglie gli faccia un’altra femmina e spero che partorisca di notte, per giunta. E poi in servizio non si deve bere!
Nigro rise di gusto e poi proseguì:
– Così impari a stare sempre in campana. Comunque ti abituerai alle cose forti. Però hai ragione, non ti avevo avvertito che il servizio era finito: quello che dovevamo sapere l’avevamo saputo…
– Beato voi! Ma ora che facciamo?
– Godiamoci il tramonto. Poi mangiamo qualcosa nella nostra baita, ché è meglio evitare la locanda. E niente vino, caffè piuttosto, molto caffè. La notte sarà lunga.
Presero l’erta che portava al Tasso, un tortuoso sterrato fra due file di sempreverdi. Giunsero, taciturni, in un tornante da cui potevano mirare un bel panorama e partecipare all’antico e quotidiano spettacolo del sole calante. Il brigadiere si accese la solita sigaretta e cominciò ad aspirare, calmo e pensieroso. In questi frangenti Filastò mai aveva osato disturbare il suo superiore, per non interrompere il flusso dei suoi pensieri e rispettandone i silenzi. Ma quella volta…
– Brigadiere, voi siete come un padre per me..
– Non esagerare. Sono solo un collega più vecchio.
– Beh, diciamo che siete come uno zio.
– Si. Mi piace. E allora?
– Allora, caro zio, vi devo raccontare una cosa. Una cosa che non sa nessuno.
Quando, sempre taciturni, percorsero la strada del ritorno chi li avesse incontrati non poteva non notare il sorriso sul viso del piccolo carabiniere.
(fine Sabato/3 CONTINUA)