30^ puntata: epilogo

Quatto anni dopo

Le sei del pomeriggio: l’ora delle decisioni irrevocabili.

…noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare….questa è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori…secondo le leggi della morale fascista quando si ha un amico si marcia con lui fino in fondo…la dichiarazione di guerra è stata consegnata…VINCERE!….

In tutte le piazze ed in tutte le case dell’Impero migliaia di radio gracchianti fecero ascoltare queste fatali parole ed anche se unanime si levò il consueto VINCEREMO, non tutti furono felici nel pronunciarlo.

Le ascoltò nel suo magnifico palazzo, il Governatore della Somalia, S.E. Gabriele Rossi, che di lì a qualche mese avrebbe voluto festeggiare il quarto anniversario del suo incarico.
Le ascoltò, nella Caserma San Sepolcro di Roma, un alto ufficiale della Milizia, il seniore Federico Corigliano, il pluridecorato eroe di Guadalajara e Bajadoz.
Le ascoltarono, in una palazzina di Bengasi nel quartiere Nuova Cosenza, i fratelli Dieni, impegnati nella costruzione della superstrada della Cirenaica.
Le ascoltarono i militi che vigilavano sul mausoleo del defunto Vate.
Le ascoltarono i fanciulli della Colonia Silana di Federici, intitolata al valoroso Mario Brega, che “a costo della vita l’aveva salvata dai barbari distruttori”.

Anche nella piazzetta di Casalmico, sul balcone del Municipio, una radio diffuse nell’etere quel discorso, ma ben pochi erano lì ad ascoltarlo. Erano tutti presso la chiesa di San Pietro per salutare il loro amico Don Isidro. La bara uscì a stento dalla chiesa, galleggiando, quasi, sulla folla. Centinaia di mano la vollero toccare. C’era tutto Casalmico e poi tanta gente di Terrico e di Urbinia. Ma infine, furono in quattro a prenderla in spalla, per l’ultima passeggiata di Don Isidro fra le strade del suo paese. Due erano Ludovico ed Amilcare, i nipoti grandi, ché l’altro era ancora un bambino. Il terzo era un gentiluomo piemontese, alto e magro. L’ultimo, un contadino calabrese, biondo e fiero come un cavaliere normanno.

FINE

Post scriptum:

Il lettore che avrà avuto la bontà e la pazienza di seguirci fino alla fine, concorderà che non mi è lecito esprimere la nota formuletta che dice: “ogni riferimento a persone o a fatti realmente accaduti è puramente casuale”. Infatti, specialmente per quanto riguarda i “buoni” e soprattutto per le loro vicende, collaterali a quella principale, qualche volta mi sono liberamente ispirato a fatti reali. Non così per i “cattivi” del tutto frutto di invenzione, tranne per qualche assonanza per quanto riguarda i loro nomi. Spero di non avere involontariamente recato offesa ad alcuno e, soprattutto, di non aver annoiato nessuno. Se altrimenti fosse, credete che non s’è fatto apposta.

29^ puntata: Domenica

Domenica

Solenne e paffuto, Sua Eccellenza l’Arcivescovo salì sull’altare e solo dopo che il silenzio si era fatto totale, con voce ferma, declamò:
– Introibo ad altare dei!
Cominciò cosi, in quell’ultima domenica di luglio la messa detta delle Cresime, che proprio in quel giorno, da qualche anno a questa parte, era tradizione si svolgesse ed il gregge dei fedeli soleva stringersi intorno al suo Pastore che lasciava l’afosa Cosenza per una giornata nella fresca Casalmico. La messa delle Cresime era una delle più affollate dell’anno liturgico, vuoi perché tutti i parrocchiani di San Pietro, dove si svolgeva, ma anche quelli di San Biagio, volevano vedere il Vescovo, ma anche per la presenza stessa dei cresimandi, dei padrini e dei familiari. I cresimandi, quel giorno, erano tanti, almeno una ventina, e di tutte le età. C’erano ragazzi di dodici, tredici anni ed uomini fatti, cui il sacramento serviva giusto per potersi sposarsi in chiesa, come avrebbe voluto Antonio Castiglione, il fidanzato di Maria Rizzo, che era morto il mese prima. Nigro, Soldati e Filastò, dritti come fusi, seguirono tutta la funzione, ma alla fine solo i primi due entrarono in sacrestia, dove li attendevano Sua Eccellenza e Don Isidro, mentre il giovane rimase nella saletta di attesa, insieme ai tre pretini che avevano accompagnato il prelato nella visita pastorale. Don Isidro aveva dei fogli in mano e, quando tutti furono seduti, prese a leggere:

“ SABATO 20 GIUGNO – S. ETTORE
Non so se avrò il coraggio di scrivere tutte le cose orribili che sono successe oggi. Per farmi forza ho bevuto due bicchieri di arzente, ma so che non basteranno: tengo la bottiglia accanto a me, se serve ne berrò ancora. Eppure la mattinata al Borgo è stata bellissima. Canti e balli avevano animato la festa, conclusasi col discorso ufficiale del Ministro. Poi, don Gabriele e le altre autorità, me compreso, ci eravamo trasferiti alla Colonia, per il ricevimento. C’erano, oltre a quelli già detti, Taranto, Corigliano, i miei due futuri cognati, D’Angelo, quello che chiamano il Vate, e Mitraglia, il braccio sinistro di don Gabriele Rossi. E c’erano purtroppo, anche due ragazze, le povere figlie della mia sorellastra. Non avevano neanche vent’anni ed erano belle, ingenue e sincere. Io non volevo che fossero lì, ma il Vate insisteva ed anche gli altri. Colsi un riflesso maligno negli occhi di tutti: da quel momento mi accasciai su una poltrona e seguì passivamente gli avvenimenti, stordendomi con i liquori. Per questo sono colpevole anch’io, non meno degli altri. Diedero da bere alle ragazze, non so cosa, forse del vino drogato. Lo penso perché nessun altro bevve da quella bottiglia. Le fecero ballare. Ma non era quella danza gioiosa della mattina. Il vino aveva trasformato i movimenti in qualcosa di osceno e di malsano. Cominciai a temere il peggio, scrutando gli sguardi accesi degli altri. Ma quello che accadde fu al di là di ogni mia pessimistica attesa. D’Angelo tirò fuori una scatoletta, c’era una polvere bianca e cominciò ad annusarla. Invitò le ragazze a fare altrettanto, rassicurandole con la chioccia voce melliflua. Maria lo fece, inalò la polvere e cominciò a tossire, fece una smorfia orribile e crollò a terra. Era morta. Il micidiale miscuglio di droghe, ché di questo si trattava, aveva fermato il suo debole cuore. La sorella cominciò ad urlare, come in preda all’isteria, tutti gli altri erano come pazzi: saltavano di qua e di là, inetti e terrorizzati. Solo Rossi manteneva la calma. E Brega, naturalmente. Il ministro si avvicinò alla ragazza per terra e le toccò il collo con due dita. Scosse la testa, ma senza emozione alcuna, e indicando l’altra ragazza disse a Brega: – Pensaci tu! E questi immobilizzò Francesca da dietro, le prese la testa con le mani e gliela torse. Si udì un rumore secco, di ossa spezzate. L’aveva uccisa, freddamente, senza un minimo turbamento. Come un cuoco che strozza la gallina che poi deve cucinare. Con la stessa indifferenza e con gli stessi gesti, subito dopo, uccise anche Antonio Castiglione, il fidanzato di Maria, che si trovava in cortile con gli altri della Milizia, che nulla avevano potuto sentire e capire di quello che era avvenuto. Brega andò a chiamarlo e appena entrarono nella stanza strozzò pure lui. La sfortuna di Antonio fu che Taranto sapeva del rapporto sentimentale fra i due giovani, sicché Rossi pensò bene di eliminarlo. Ora c’erano tre morti, tre cadaveri da far sparire senza destare sospetti. Brega prese l’iniziativa: vidi che con l‘aiuto del solo Taranto, ché gli altri ne erano incapaci, portò fuori dalla stanza i tre corpi. Taranto tornò dopo qualche minuto, Brega dopo una buona mezzora. Il resto l’ho intuito dopo ed è quello che sanno tutti. L’incidente, la macchina nella scarpata, tre vite spezzate da un tragico destino. No, non è stato il destino. È stata questa banda di malvagi criminali a farli. E anch’io ne faccio parte. Maledetto il giorno che mi sono messo in società con quegli assassini. Fino a quando si trattava di fare speculazioni sui terreni o di truffare il Demanio o aggirare vincoli e leggi, non mi sono certo tirato indietro. Ho detto si, anche quando hanno deciso di bruciare boschi per farli diventare fondi edificabili. Ma quello che è successo, no! Che Dio li maledica. Che Dio mi maledica. Stasera ho visto Luigi Rizzo, ho cercato di evitarlo, ma lui mi ha fermato e mi ha guardato fisso, senza parlare. Ora so che lui sa tutto. Non so come ha potuto saperlo, ma lo sa. Dio mio aiutami. “

– E questo è tutto – fece Don Isidro.
Nei momenti di silenzio che seguirono Nigro ripensò al racconto che aveva letto qualche giorno prima, quello della foglia e del bosco, del cadavere e della carneficina e capì il senso di una frase letta in un libro e che l’aveva molto colpito. La natura imita l’arte. O per meglio dire, concluse tra sé, la realtà è la scimmia malvagia dell’immaginazione. Don Isidro diede i fogli al Vescovo, dicendogli:
– Questi, Vostra Eccellenza, teneteli voi. Sono certo che ne farete buon uso. Anche i miei due amici qui presenti sono d’accordo. Anzi è stato proprio il maresciallo a volere così.
– Certo, certo. Ma mi vorrete riconoscere che quello che potrò fare sarà al di là sia della giustizia di Dio, che umilmente servo, sia di quella degli uomini. Ma, ditemi, la persona che ci ha fatto avere queste pagine, quel Rizzo, dov’è adesso?
Il prete precedette Soldati e rispose:
– Vive solitario, nascosto nel profondo delle foreste della Sila. Solo con i suoi pensieri e i suoi ricordi. Verso metà aprile, subito dopo Pasqua, l’ho fatto visitare, a Cosenza, da una specialista. Ricordate Eccellenza proprio tramite voi ho ottenuto quella visita…
– Si ora ricordo: pover’uomo…
– Già, sono le parole giuste. Ebbene, e lo dico per voi altri due, che non lo sapete, il dottore gli accertò una malattia incurabile, ai polmoni. Gli ha dato non più di tre, quattro mesi di vita. Sei, se è fortunato. Ora, io dico, lasciamolo in pace per questo poco tempo che gli rimane. E che il Signore gli dia la forza di chiedere perdono.
– Sono d’accordo – fece Soldati -, ed ora Signor Vescovo, il brigadiere le deve chiedere un favore.
– Dimmi, figliolo, sono qui per questo.
Nigro, con un certo imbarazzo, prese a parlare:
– Si tratta di piccola cosa, non vorrei disturbare. Ma visto che me ne date agio, proseguo. C’è un mio giovane amico che non è proprio fidanzato, ma frequenta una ragazza, un’orfana che è servizio qui a Casalmico. Che è minorenne e vorrebbe prenderla in sposa. Anzi la dovrebbe, perché, come dire…
– E’ forse in attesa? – chiese il prelato.
– E’ proprio così, Vostra Eccellenza. Vorrei che aiutaste questi due giovani.
– Sarà mio piacere farlo. Non sia mai detto che il pastore abbandoni una pecorella smarrita. Sono certo che si tratta di quel giovane carabiniere qui fuori. Fatelo entrare e lasciateci soli con lui.

Dopo un quarto d’ora buono, Filastò uscì raggiante dalla sacrestia e sorridendo ringraziò i due superiori.
– Bene – fece, burbero, Soldati – il divertimento è finito! Torniamo in servizio! – e si avviò verso l’uscita, seguito da Filastò, che non stava più nella pelle, e dal brigadiere. Nigro, giusto sulla soglia, si girò per salutare i pretini. Uno di questi, quello più piccolo e magro, alzò la testa e ricambiò il saluto. Il brigadiere non poté non notarne il volto sereno e pacifico, incorniciato da una barba rada, e gli occhi vivi, dietro gli occhialini

(Continua, segue l’epilogo)

28^ puntata: Sabato parte 5

Sabato/5

– L’avete ammazzato! – disse Nigro.
– Preferivate che lo facesse lui a voi? – gli ribatté l’uomo, aiutandolo ad alzarsi.
Come a scusarsi, il carabiniere lo ringraziò.
– Ai convenevoli ci penseremo dopo – fece l’altro -. Ora pensiamo al ragazzo!
Filastò giaceva sotto un albero, inanimato, ma ben presto si resero conto che aveva ricevuto solo una grossa botta. Respirava placidamente, sangue non ce n’era e concordarono che se la sarebbe cavata solo con un bel bernoccolo. I due si sedettero sull’erba e Luigi Rizzo, l’uomo alto, prese a parlare.
– Voi mi avete stretto la mano, ma questa mano è quella di un assassino. Anzi di un boia… non mi interrompete, per favore! Sì, di un boia. Ho voluto farmi giustizia da me. Per tre volte, a causa mia è morto un uomo, in questi ultimi giorni. Ma almeno due se lo meritavano e la “giustizia”, quella dei tribunali, non li avrebbe mai e poi mai puniti.
– Ma…
– Vi prego, ascoltate solamente. Lasciatemi raccontare, forse alla fine mi comprenderete. Avete una sigaretta, so che mi fa male, ma in questo momento mi darà la forza per trovare le parole giuste.
Nigro levò dalla tasca il pacchetto delle Giubak lo porse al suo salvatore, che ne prese una e se l’accese. Dopo una profonda boccata riprese:
– E’ difficile capire il dolore di un padre. E’ difficile per chi non ha figli. Voi non ne avete, vero?
Nigro non rispose, non era lui quello che in quel momento sentiva il bisogno di confidarsi e lo lasciò continuare.
– Seppellire i propri figli, questo è il dolore più grande per un padre. E’ contro la natura del mondo, non deve avvenire. Ma l’uomo è malvagio e lo fa accadere. E quando i malvagi si riuniscono sono come un branco di lupi che aggrediscono un gregge e le mie due figlie erano come due pecorelle, dolci, ingenue, delicate, soprattutto adesso, che la loro mamma, la mia povera moglie, non c’era più. Tutto è cominciato quel maledetto sabato di giugno, a quella maledetta festa. Io ero inquieto, temevo qualcosa e per questo mi ero appostato vicino alla colonia. Non troppo vicino, per la verità, ma potevo vedere l’edificio e un bel pezzo di strada. E così vidi…
L’uomo si fermò singhiozzando, si scusò e continuò:
– Vidi un’automobile uscire dal cortile della colonia. Quando passò davanti a me scorsi che a guidarla era uno vestito di nero e riconobbi, dal colore degli abiti, le mie due figlie. Ma qualcosa mi preoccupava, non erano, come dire, naturali. Dopo un po’, sul ciglio d’una timpa il mezzo si fermò. Ne discese l’autista: era una camicia nera che, seppi poi, era uno detto Mitraglia. Prese un manichino, così mi sembrò, che era sui sedili di dietro e lo mise al posto di guida. Ma non era un manichino. Quando lo capì mi si gelò il sangue nelle vene. Lo riconobbi era il corpo inanimato di Antonio, il ragazzo che voleva Maria, la mia figlia grande. Grande…diciotto anni aveva e sedici l’altra! Capite, Brigadiere?
Francesco annuì, anche il piccolo Francesco, il figlio della cognata, aveva solo sedici anni.
– E io mi chiedevo perché Maria e Francesca non si muovevano, non facevano un minimo cenno di ribellione. Non sapevo cosa pensare. Non volevo pensare al peggio. Poi, vidi Mitraglia armeggiare dentro, scaricare una bicicletta ed infine mettersi dietro l’auto e spingere, spingere. La vidi precipitare nel burrone, rimbalzare più volte con quei corpi dentro e fermarsi, infine, a valle. Mitraglia, che aveva osservato tutto dalla strada, allora inforcò la bicicletta e tornò indietro. Non dissi niente. Mi tenni dentro questo segreto e mi proposi di vendicare le mie figlie e quel povero ragazzo. Ma prima volevo sapere perché. Perché avevano ammazzato le mie bambine e il perché di quella montatura.
– Ma perché non vi siete rivolto a noi? Ci conoscete, vi dovevate fidare di noi, di me, del maresciallo.
– Si, vi conosco e vi apprezzo. Ma sono sicuro che, contro di quelli, nulla avreste potuto. Ho preferito fare da solo. Così nei giorni successivi ho tentato di parlare con Umberto, quella specie di mio mezzo parente. Sapevo che era il più debole del branco, ma lui mi sfuggiva. Sfuggiva tutto e tutti, a dire il vero. L’avranno notato tutti che era diventato inquieto!
– Si. Un po’ tutti. Ma a quanto ho capito aveva tanti impicci.
– Più di quelli che immaginate. Per farla breve, alla fine, ma era passato un mese, non ce l’ha fatta più e mi ha dato appuntamento dietro il convento, a una certa ora di notte e mi ha promesso che mi avrebbe dato delle carte in cui spiegava tutto. Ora vi dico, e l’aveva capito pure Umberto, che non ero io la vera minaccia per lui. Erano i suoi amici. Sapeva che avrebbero avuto riguardo di lui fino a quando sarebbe loro servito. E poi? Di questo abbiamo parlato quella notte. Se devo dire la verità, in quella nottata sono stato duro con lui. Per impaurirlo ancor di più mi ero portato la mia ascia e per umiliarlo gli avevo legato i polsi. Molto stretti: doveva soffrire. Io lo conducevo con una cordicella e lui mi seguiva, docile come un agnellino. Gli dicevo che l’avrei portato in un luogo sicuro e così l’ho condotto lungo il sentiero che porta in Sila. La conoscete, no? L’avrete fatta pure voi. Si passa per la Pantana, per Cone d’Aria, poi dopo l’erto di Margherita si percorre il valico di Montescuro e si entra nella Sila. E’ una bella tappa. Ci abbiamo messo più del solito perché Umberto ogni tanto si fermava, non era abituato. C’era una bella luna piena, non abbiamo avuto problemi di luce e poi, quando siamo arrivati al Fago è cominciato ad albeggiare. Qui ho avuto pietà di De Nitto, era da un paio d’ore che non parlava più, sbuffava solamente. E così l’ho slegato. Non so cosa gli sia preso. Pensavo che a questo punto non avrebbe potuto far altro che venirmi dietro. Invece, una volta che l’ebbi liberato, si voltò e cominciò a scappare. Gli gridai di fermarsi che era pericoloso che era inutile correre che l’avrei ripreso subito. Invano. Fatti pochi passi , l’ho vista cadere a capofitto. Non si era accorto che era finito sul ciglio di uno strapiombo. Non è molto alto. E’ come cadere dal tetto di una casa a due piani. Però lui era caduto in mezzo a delle grosse pietre ed aveva battuto la testa. L’ho visto dall’alto, non si muoveva più. Sono sceso a soccorrerlo, ma non c’era niente da fare. Era morto sul colpo. Gli ho frugato nelle tasche ed ho trovate queste.
Mostrò dei fogli scritti a mano al brigadiere, che fece per prenderli. Ma Rizzo ritrasse la mano, dicendo:
– Non è ancora il momento per darvele. Fatemi finire il racconto. Dicevo di aver trovato queste carte. Poi sentì un rumore, di qualcuno che stava arrivando e mi sono nascosto. L’ho riconosciuto: era Peppe il fungiaro. Si è avvicinato al cadavere ed è stato lì pochissimo. E’ subito corso via. Forse s’accorto di me, non lo so.
– No! Ha visto solo un luccichio. Il luccichio della vostra ascia, colpita dai raggi del sole. Ha avuto paura ed è per questo che è scappato via. No, non vi ha visto. Però che ci foste voi, lì nascosto, l’avevo intuito. Quando ci siamo salutati martedì scorso vicino San Pietro e voi avevate la vostra ascia luccicante, che sembra nuova e poi Peppe mi ha parlato di quella luce…
– Avevate pensato bene e credo che mi abbiate collegato anche alla morte di Taranto.
– Si. Ma non avevo nessuna prova, né ne avrò mai. Ho solo questa vostra confessione, ma non so se potrò usarla. E poi a me interessava il perché di tutto quello che è avvenuto. So con certezza quello che può essere accaduto e perché, ma non ho le prove, nemmeno di questo.
– Non temete, ve le darò io. E’ scritto tutto sulle pagine del diario di Umberto. Oh, guardate là, sembra che il ragazzo si sia svegliato! Aiutiamolo a rimettersi in sesto.
I due si avvicinarono a Filastò, sveglio, ma ancora intontito. Bevve un sorso d’acqua dalla borraccia del boscaiolo e chiese:
– Ma cosa è successo?
– Tante cose – gli rispose il brigadiere -. Ma ora stai seduto lì ed ascolta.
Luigi Rizzo riprese il suo racconto. Disse che la straziante lettura del diario lo aveva ancor di più incattivito e reso fermo nei suoi propositi di vendetta. Sapeva che il Segretario sarebbe stato solo in casa, ché quel giorno tutta la famiglia partiva per il mare. Sapeva come arrivare nell’abitazione di Taranto senza essere visto. Saltando sui tetti ed aiutandosi con un’asse, come gli aveva fatto immaginare Soldati. Per lui era stato facile. Agile era e conosceva i luoghi. Per evitare quelli della milizia era penetrato dal un balcone sul retro, che aveva trovato aperto. Ma non sarebbe stato un problema aprirlo, disse, era anche fabbro! Raccontò poi di essere entrato nella camera da letto, di aver svegliato il Segretario e, sotto la minaccia di un coltellaccio, fatto sedere su una sedia e legato.
– Ma lui mi irrideva. Aveva paura, mi si faceva beffe di me. Mi diceva che mi ero messo in mezzo ad un gioco più grande di me, nel quale sarei finito stritolato. Anche in quella situazione faceva l’arrogante ed il prepotente. Mi disse che voleva essere generoso. Mi offrì dei soldi. Lo sputai in faccia. Allora offese le mie povere ragazze con una frase che non voglio più ricordare. Sbraitò che se l’erano meritato. Capite? Lo imbavagliai. Avevo deciso che non meritava più di vivere. Gli misi una corda intorno al collo e, da dietro, con un pezzo di legno, gliel’ho serrata, lentamente. Fino a strangolarlo. Poi l’ho mezzo slegato e l’ho buttato per terra, come un cane qual era. L’avete trovato certamente così, la mattina dopo. Non mi pento di quello che ho fatto. Sono solo stanco e triste. Nessuno mi darà indietro le mie figlie.
E tacque. Si mise la testa fra le mani e tacque. Nigro ruppe il silenzio:
– Ed ora che intendete fare? – gli chiese -.
– Intanto, prendete queste – e gli porse i fogli scritti dal Podestà -. Li leggerete dopo. Io me ne vado. Vado nella mia baracca. L’ho scoperta una diecina di anni fa, era disabitata e ne ho fatto il mio rifugio. In tutto questo tempo nessuna l’ha reclamata come sua e non c’è passato nessuno. Credo di essere l’unico a sapere dov’è e come arrivarci. Ci avrei portato Umberto, se il cielo avesse voluto. Lì sarebbe stato al sicuro. Credo che questa è l’ultima volta che ci è data di vederci. Un favore, quando tornate a Casalmico, salutatemi Don Isidro e, anche se non sono stato molto religioso, ditegli di ricordarmi nelle sue preghiere.
E si avviò di buon passo verso il buio, scomparendo ben presto nell’intrico della foresta.
– Ma…, – fece esitante Filastò -brigadiere, lo lasciate andare?
– Si. Dopotutto mi ha salvato la vita. Anche lui merita un po’ di vantaggio, almeno ventiquattr’ore!
– Per prima, scusatemi. Non mi sono comportato troppo bene. Mi sono fatto fregare.
– No, non prendertela. Abbiamo sbagliato tutti e due. E visto che ci è andata bene, diciamo che questa notte ci ha dato tanti insegnamenti, che saranno buoni per la prossima volta.
– Volete dire che noi due siamo sempre una squadra, nonostante tutto?
– Si, Renzo.
Era la prima volta che il brigadiere chiamava per nome il suo giovane collega. Lo prese a braccetto e gli disse:
– Ora andiamo via. Dobbiamo tornare al Borgo e la strada è lunga. Strada facendo ti racconterò quello che è successo, mentre tu, diciamo così, riposavi.
– Vedete che mi prendete in giro! – esclamò Filastò, provocando una sonora e liberatoria risata nel brigadiere – E comunque, qui lasciamo tutto com’è?
– Certo: lasciamo tutto com’è. Sento che è meglio così. Anche Soldati mi darebbe ragione e me la darà.
Così fecero a ritroso la strada, stavolta percorrendola nel mezzo, non acquattati ai lati, come prima. C’era una bella aria, per poterla godere il brigadiere evitò, addirittura, di accendersi la sua Giubak.
– Come bello qui! Sembra un paradiso!! – esclamò il giovane, ora che tutto sembrava finito.
Albeggiava già, quando arrivarono accanto alla moto di Brega, abbandonata in mezzo alla mulattiera. Il Borgo era ormai vicino e fra un paio d’ore avrebbero preso il treno per Casalmico, che li avrebbe portati via da quell’infernale paradiso.

(fine Sabato/5 CONTINUA: prossimo capitolo DOMENICA)

27^ puntata. Sabato parte 4

Sabato/4

– Macchepuzza! – bisbigliò Filastò -. Ma dove mi state portando? Qui dev’essere passata una mandria di buoi appena purgati!
– Turati il naso, allora, e stai attento a dove metti i piedi.
– Con questo buio? Posso solo venirvi dietro!
– Bravo. Comunque fra un po’ esce la luna e ci vedrai meglio.
I due si aggiravano furtivi nei boschi intorno al Borgo. Nessun rumore feriva la quiete della notte, che, checché ne dicesse Filastò, odorava di resina e di umido. Camminavano tenendo sempre a mano destra una specie di larga mulattiera che tagliava in due la boscaglia, ma abbastanza discosti da questa strada, che potevano spiare senza essere visti, come se qualcuno l’avesse potuta percorrere di notte, pensò Filastò, scoraggiato ed irritato. Ma un brontolio lontano lo smentì subito. Era il rombare di un motore prima distante, poi sempre più vicino e più forte. Il brigadiere tirò giù l’altro e i due si acquattarono, proprio quando la luce gialla di un fanale prese a fendere il buio intorno a loro. Il rombo li oltrepassò e percorsi un centinaio di metri, dopo una specie di botto, di colpo si arrestò. I due udirono distintamente le imprecazioni del guidatore, che si alternavano ai suoi tentativi di rimettere in moto il mezzo: una bestemmia ed un asmatico rombo, un’altra bestemmia ed un altro breve strepito di motore, sempre più fievole. Dopo qualche minuto il guidatore si arrese e si incamminò a piedi. I due lo seguirono, sempre nascosti ed a debita distanza.
– Ma cosa sta portando, due valige? – chiese Filastò.
– O dei bidoni? – fece l’altro -. Ma aspettiamo che fra un po’ c’è una radura e potremo distinguere meglio, anche perché vedi, la luna sta uscendo dalle nuvole.
E così fu: poterono allora vedere nel prato un uomo vestito di nero, robusto di sicuro, che portava quasi senza sforzo due pesanti bidoni e si dirigeva di buon passo verso il folto degli alberi. Alla sua sinistra, a qualche centinaio di metri, si potevano scorgere i padiglioni in legno della Colonia.

La Colonia era sorta, circa un quarto di secolo prima di quella notte, “per benemerita iniziativa di un gruppo di benefattori, al fine di salvaguardare la gioventù calabra dalle crudeli malattie che la falcidiano, anche nella presente fulgida era”. Di malattie da poveri si parlava, come la malaria, che Nigro ben conosceva. Ma la Colonia era anche l’orgoglio dell’architettura silana, costruita in legno di “ferro”, quello più resistente alle intemperie. Ma sempre legno era, pensò Filastò, mentre, bloccato dal terrore, guardava la falce della luna e gli sembrava che dondolasse, sorretta dalla croce della chiesetta che sorgeva accanto all’edificio. Il brigadiere intuì la paura dell’altro e lo incitò, scuotendolo per le spalle.
– Vienimi dietro – gli disse – e fai quello che faccio io.
Mentre l’uomo che seguivano si dirigeva, in linea retta, verso gli alberi, loro, furono obbligati a girare ai margini della radura, al riparo delle fronde, camminando di buon passo, quasi di corsa, ma senza fare rumore. Ma quello qualcosa sentiva ed ogni tanto si fermava ad ascoltare e loro pure si fermavano, ansimanti, proseguendo quando quello, rassicurato, proseguiva. E, infine, gli arrivarono a ridosso, ché ora si era fermato e, appoggiatosi ad un albero, fumava beatamente un grosso sigaro, di pessima qualità, pensò Nigro, percependone l’odore. Il brigadiere estrasse la pistola, altrettanto fece Filastò, al quale fece cenno di non muoversi, e, puntando l’arma, uscì allo scoperto:
– Brega! Fermo là! Tieni le mani bene in alto e non fare scherzi, che sei sotto il fuoco di due pistole!
– Toh! Guarda chi c’è! L’impiccione! E l’altro deve essere il pivellino. E’ da mezz’ora che vi ho sentiti: non siete molto bravi, come cacciatori. Siete solo delle prede, vi ho portato dove volevo io!
– Smettila di fare l’arrogante! Sei in trappola! Filastò! Puoi farti vedere! Ed ora, Brega, levati il cinturone e fallo molto lentamente, ché sono stanco e nervoso e non so se riuscirò a tenere fermo il dito che è sul grilletto.
Intanto Filastò si era levato ed anche lui puntava la pistola su Mitraglia, ma come lo vide il brigadiere perse di colpo la sua sicurezza. Il giovane tremava, ne intuì il volto terreo ed il sudore freddo, rivide la stessa paura e la stessa goffaggine che lo aveva preso nella sua prima missione importante e percepì che ormai, avanzando, si era fatto troppo vicino al pericolo. Pensò che forse aveva sbagliato a portarselo dietro: non fece in tempo ad avvertirlo che con un balzo Brega gli era addosso e gli premeva il coltello alla gola.
– Ed ora buttala tu la pistola! – gli fece trionfante.
– Va bene – disse il brigadiere, gettando l’arma -. Ma lascia in pace il ragazzo!
– Certo! – esclamò l’altro – Sei tu che voglio.
Prese Filastò per la collottola e lo scaraventò violentemente sul tronco di un albero e mentre si lanciava su di lui, Nigro sperò che il suo giovane amico fosse solo svenuto. Il brigadiere evitò la coltellata e riuscì a prendergli il braccio ed a torcerglielo, facendogli mollare l’arma. Gli balzò addosso e lo tempestò di pugni, ma Brega non era un novellino. Inc assò tutti i colpi con tranquillità e con un urlo selvaggio lo avvinghiò. I due rotolarono per terra: ora era Nigro di sopra a colpire quello a terra, ora c’era l’altro. Ma, ad un certo punto, ruzzolando, il brigadiere batté la testa su una pietra, ebbe solo un attimo di intontimento, ma bastò al rivale per avere il sopravvento. Ora gli era addosso e gli premeva la gola con ambedue le mani e la morsa stringeva sempre più forte. Nigro sentiva le tempie sbattere, quasi fino a scoppiare, malgrado i suoi sforzi non riusciva a divincolarsi e si disperò pensando che l’ultima cosa che avrebbe potuto udire in questa vita era l’affannoso ansimare di una bestia. D’un tratto non udì più nulla, mentre Brega gli crollava addosso, floscio come un sacco vuoto. Intuì che qualcuno lo stava spostando, e con fatica, data la mole dell’avversario, e quando finalmente la sua visuale fu libera riuscì a scorgere nell’ombra la figura di un uomo alto e magro, che gli sorrideva tristemente, stringendo ancora nella destra un pesante sasso.

(fine Sabato/4 CONTINUA)

26^ puntata: Sabato parte 3

Sabato/3

– Brigadiere, è tardi! – esclamò Filastò nel vedere Nigro scendere dalla scaletta che porta in piazza. – sono quasi le dodici e mezza, non abbiamo pranzato ed il treno parte all’una.
– Mangeremo in treno, passiamo dalla caserma a prendere pane e companatico ed a salutare il Maresciallo.

– Ma brigadiere, che bisogno avete di fumare con tutto il fumo che già c’è qui dentro? Una galleria l’abbiamo passata ed un’altra sta venendo, ci mancate solo voi e la vostra sigaretta.
– Ti ho già detto che mi aiuta a pensare ed adesso stavo riflettendo su certe cose. Tu non pensi mai?
– Se sapeste, brigadiere, cosa mi passa per la testa in questo momento!
– Posso immaginarlo, sono stato giovane anch’io, e dopotutto non è passato molto tempo – disse il brigadiere immergendosi ancora nei suoi pensieri.
Pensava a quello che gli aveva detto Don Isidro quando si erano congedati, un paio d’ore prima. Di salutargli due suoi amici: Salvatore il forgiaro e Peppino, il benzinaio. Quindi sapeva che sarebbe dovuto andare in Sila e, probabilmente, pensò Nigro, ancora una volta, gli aveva dato dei suggerimenti. Il trenino aveva appena lasciato la galleria del Fondente, la più lunga, ancora due fermate, Piccirillo e Borghetto, e sarebbero arrivati al Borgo. Il viaggio era stato tranquillo, non c’era molta gente sulla littorina, a differenza di quella della mattina presto, che era sempre pieno di gitanti, specialmente di Cosenza, che così passavano una intera giornata al Borgo o nei bei dintorni, per riprendere il treno di sera, alle prime ombre. Già dal Fondente l’aria si era fatta più fresca ed ai castagni si sostituivano i faggi e poi pini e gli abeti, sempreverdi. Quando arrivarono al Borgo erano quasi le tre, i due, un po’ accaldati, ché il sole di fine luglio non scherza nemmeno a queste altezze, non esitarono a dirigersi per prima cosa alla locanda per dar sollievo al corpo ed allo spirito.
Il locale, il più vecchio del Borgo, era stato costruito dal padre dell’attuale proprietario, ai suoi tempi il più bravo fra i mannesi , i boscaioli della Sila. Come al solito Tonino, il proprietario, che era anche cuoco, cameriere e portiere, si lamentò che quell’anno i turisti erano pochi e quei pochi che venivano non avevano voglia di spendere, perché c’era la crisi, per colpa, stavolta, dell’autarchia. A malapena, disse, era riuscito a riempire tutte le camere, ma giusto perché erano suoi ospiti quattro della Milizia, il cui capo era un omone scortese, che però chissà quando lo avrebbero pagato. Dopo aver bevuto una fresca bevanda, la classica gazzosa al limone, Nigro si fece dare le chiavi della baita accanto alla locanda che fungeva da piccola caserma, quando i Carabinieri erano in missione in Sila. Erano due stanzette, di cui quella sul retro fungeva da dormitorio, c’erano due brandine, e quella all’ingresso era pomposamente chiamato “l’ufficio”.

– Brigadiere, c’è pulito, qui. Il signor Tonino non vi ha trascurato. Ci sono pure coperte per la notte. Perché di notte fa freddo, vero?
– E già! Siamo in Sila, Filastò! Questa sistemazione sarebbe perfetta, se non mancasse il bagno. Ma niente di grave, possiamo usare quello della locanda. Tonino è un amico. Ora riposiamoci un po’, che poi tocca farci una bella passeggiata, così ci alleniamo per stasera. E non è detto che quelle coperte ci servano…

– Papà, papà, arrivano due uomini neri. Sono altri, non sono quelli di stamattina!
Dalla porta uscì un uomo robusto, con un grembiule di cuoio ed una pesante mazza di ferro tra le mani. La barba fluente lo rendeva ancora più tremendo. La bambina, nel frattempo, si era accucciata fra le sue gambe.
– Ma piccola, non lo riconosci più Francesco, il mio amico carabiniere?
– Buongiorno, Salvatore. Credo che ci abbia scambiato per delle nostre vecchie conoscenze…
– Si, se ti riferisci a quelli di stamattina, come dice mia figlia, sono dei tipi veramente poco raccomandabili, specialmente il loro capo. E sono anche stupidi: hanno voluto riparato l’asse del loro motociclo in meno di dieci minuti. Io ho detto che la riparazione non tiene, specialmente se vanno per i sentieri dei boschi. Troppi rimbalzi.
– Ma tu sei il mago della forgia! Non a caso ti chiamano il re delle Forgitelle!
– Certo, per un po’ resisterà, se vanno solo sul bitume, e loro hanno detto che gli bastava. Ma non le fanno più le macchine di una volta, certe volte dico che erano meglio i carri. Pensa che c’è una fabbrica di Torino che si affida alla volontà di Dio. Voluntas dei, come dicono i preti. A proposito, Don Isidro, come sta?
– Sta bene e ti saluta e ti ricorda che i primi di settembre ti viene a trovare, per la festa.
– Già, devo organizzare la raccolta della maiorca per la coccìa. A te, Francesco, piace, lo so, ed al tuo collega?
– Non molto – rispose Filastò – l’ho provata l’anno scorso, ma non mi ha convinto. Anche perché dalle mie parti si fa un’altra cosa col grano. Si mischia col vino cotto e si mangia per devozione a Santa Lucia. Voi invece ci mettete la carne e la mangiate per San Francesco.
– Paese che vai, usanza che trovi – sentenziò il fabbro. E comunque non è carne qualsiasi: maiale e capra. E tutto ha un significato, religioso, pagano, fate un po’ voi. Ma è un discorso lungo, ne parleremo un’altra volta. Ora entrate dentro, che vi faccio assaggiare un po’ di scirubbetta.
– In estate?
– Perché no? Neve, in alto, ce n’è ancora, io me la sono procurata e so come mantenerla fresca.

Le Forgitelle, le piccole forge, erano un po’ fuori dal Borgo, così camminando con passo quasi da turista, i due carabinieri poterono scambiare qualche opinione, prima di arrivare alla tappa successiva.
– Brigadiè, certo che è forte il forgiaro. Sembra un orco…
– …ma è buono come il pane. E poi sa tante cose sulla Sila, più di un professore. Per quanto ci riguarda, ci ha confermato che i neri girano per i boschi e noi sappiamo che non lo fanno per cercare funghi. Né per scovare i comunisti.
Percorsero tutto il Borgo, che poi era un vialone di qualche centinaio di metri con ai lati una schiera di costruzioni, quasi tutte in legno, non più alte di due piani. Oltre alla Locanda c’erano altri tre o quattro alberghi, un paio di empori e, un po’ prima del bivio che porta a Moccone o al Tasso, la pompa di benzina.

– Buongiorno, Peppino!
– Benvenuti! – fece l’omino in tuta – Sempre a due a due, voi.
– È che noi siamo generosi – rispose Nigro -, non badiamo a spese. Non come te, che non hai nemmeno un aiutante…e ne avresti bisogno. Ti sei visto come sei invecchiato?
– Io sono sempre stato vecchio: lavoro da quarant’anni e ne avevo otto quando ho cominciato. Ce ne fossero di vecchi come me!
– Scherzo, lo sai. E poi, comunque, intraprendente e giovane di spirito lo sei sempre.
– È vero, non è che potevo campare solo coi coloniali, con la famiglia che mi ritrovo: cinque femmine! E cinque doti da fare. E poi non è vero che non ho aiutanti, le ragazze mi aiutano al negozio, ed anche mia moglie. Solo che ora è di nuovo incinta…è al settimo mese e stavolta ha la pancia pizzuta. Speriamo bene.
– Speriamo bene si! Un erede te lo meriti. Comunque, maschio o femmina, quello che conta è la salute.
– Certo! grazie a Dio, e toccando ferro, quella non ci manca. E anche gli affari non ci vanno male. L’estate sta andando bene e ci sono un sacco di turisti, non credete ai padroni delle locande: si lamentano sempre. Di questo dobbiamo ringraziare don Gabriele, il ministro. Possiamo dire tutto ai fascisti, ma non che non ci tengano alla nostra Sila. E poi c’è quel Mitraglia, sarà antipatico, ma è diventato il mio migliore cliente. Col motociclo va e viene e compra un sacco di benzina, a taniche, addirittura, e paga in contanti, altro che buoni, come fate voi e quelli del Municipio! Ma voi che ci fate qui, siete in vacanza?
– Magari – rispose Francesco – siamo in giro per servizio, altrimenti come ci vedremmo? Ma, visto che ci sono, senti: ho finito il profumo, cos’hai di buono nel negozio?
– Brigadiere mio, ho il meglio del meglio: Tabacco d’Harar! Venite, entriamo, così parliamo un po’, ci fumiamo una sigaretta e vi faccio provare una paesanella che è la fine del mondo!
Entrarono tutti e tre nella baracca di legno che fungeva da negozio. Le pareti erano occupate da scaffali ricolmi delle cose più disparate, dall’ago alla zanzariera, per non parlare dei famosi coloniali: pepe, cannella, karkadè…Quasi addossato all’unica finestra c’era il bancone, dove i tre si appoggiarono. Filastò, come colto da un dubbio, chiese:
– Ma è forte questa paesanella? Perché se è forte, non me la sento di berla, con questo caldo, poi.
– Noo! Va giù che è un piacere – fecero gli altri due, maliziosi.
– E ditemi – chiese Peppino , versando con generosità l’acquavite nei piccoli bicchieri– cosa sta combinando quel volpone di Don Isidro?
Ma il brigadiere non fece in tempo a rispondere che Filastò, strabuzzando gli occhi, cominciò a tossire, fragorosamente.

– Questo scherzo non me lo dovevate fare, voi e quell’altro. Spero che la moglie gli faccia un’altra femmina e spero che partorisca di notte, per giunta. E poi in servizio non si deve bere!
Nigro rise di gusto e poi proseguì:
– Così impari a stare sempre in campana. Comunque ti abituerai alle cose forti. Però hai ragione, non ti avevo avvertito che il servizio era finito: quello che dovevamo sapere l’avevamo saputo…
– Beato voi! Ma ora che facciamo?
– Godiamoci il tramonto. Poi mangiamo qualcosa nella nostra baita, ché è meglio evitare la locanda. E niente vino, caffè piuttosto, molto caffè. La notte sarà lunga.
Presero l’erta che portava al Tasso, un tortuoso sterrato fra due file di sempreverdi. Giunsero, taciturni, in un tornante da cui potevano mirare un bel panorama e partecipare all’antico e quotidiano spettacolo del sole calante. Il brigadiere si accese la solita sigaretta e cominciò ad aspirare, calmo e pensieroso. In questi frangenti Filastò mai aveva osato disturbare il suo superiore, per non interrompere il flusso dei suoi pensieri e rispettandone i silenzi. Ma quella volta…
– Brigadiere, voi siete come un padre per me..
– Non esagerare. Sono solo un collega più vecchio.
– Beh, diciamo che siete come uno zio.
– Si. Mi piace. E allora?
– Allora, caro zio, vi devo raccontare una cosa. Una cosa che non sa nessuno.
Quando, sempre taciturni, percorsero la strada del ritorno chi li avesse incontrati non poteva non notare il sorriso sul viso del piccolo carabiniere.

(fine Sabato/3 CONTINUA)

25^ puntata: Sabato parte 2

Sabato/2

Salirono per le scale fino alla soffitta. Era un sottotetto, diviso in due ambienti. Uno era quasi interamente occupato dalla piccionaia, l’altro parcamente arredato con due piccole panche, aveva una finestrella che dava sulla piazza. Lì trovarono Ludovico, che guardava fuori, con fare indifferente.
– Niente paura – gli fece lo zio -, Normandia sa tutto. E l’ha scoperto da solo. Gennaro è nel solito posto?
Don Isidro bussò quattro volte su una parete di legno, ritmicamente; un pannello, ben occultato, si aprì lentamente e nella fioca luce del piccolo vano si materializzò una figura: era l’ospite.
– Il brigadiere Nigro, suppongo – disse l’uomo.
– Sono io, e voi come state?
Un’istintiva simpatia per quell’uomo aveva pervaso il brigadiere, che in un’occhiata ne aveva colto i tratti e intuito il carattere. Vide un volto sereno, pacifico, incorniciato da una barba rada, ma curata. Gli occhialini pince-nez gli davano un’aria colta, da professorino e indossava una giacca un po’ lisa, ma di buona fattura. Nigro non poté non notare che, anche in quel frangente, portava, ben annodata, la cravatta. Era piuttosto piccolo e magro, ma forte, come il brigadiere capì dalla robusta stretta di mano che si scambiarono.
– Bene, grazie. Ma permettete che mi presenti. Sono Gennaro Di Marzio, la mia foto sarà di certo pervenuta nel vostro ufficio. Sono maestro elementare, proprio come “lui”, ma al momento, mi vedete, diciamo che sono disoccupato…A quest’ora, se non fosse per Don Isidro e per altri miei amici, di cui ritengo opportuno non parlare, mi comprenderete, dovrei essere in vacanza su un’isoletta del Tirreno, ma io preferisco la collina! Ma ora accomodatevi! -disse, indicando le panchette -, se lo gradite, vi preparo un tè, anche se non è l’ora giusta, forse.
Dal vano che lo ospitava e nel quale si intravedevano una brandina e dei libri tirò fuori un fornellino, di quelli a spirito, una bottiglia d’acqua ed una bustina. Armeggiò un po’ per accendere lo stoppino, poi proseguì:
– Mi scuso per il servizio, ho solo due bicchieri, ci dovremo arrangiare, ma vi assicuro che la bevanda è squisita. È tè inglese, anche se viene dall’America. Mi ha detto Don Isidro che glielo manda il cognato. Non ne avevo mai assaggiato uno così buono.
Bevvero con gusto, poi presero a parlare, come vecchi amici. Gennaro raccontò che anche lui era figlio di contadini ed anche lui, ma già dal 24 maggio, aveva attraversato il Piave e ringraziava il Signore di essere scampato a quella carneficina.
– Ma come, ringraziate il Signore?: non siete atei, voi comunisti? – interruppe il brigadiere.
– Se è per questo non mangiamo neanche i bambini, né noi, né gli ebrei, né gli irlandesi, malgrado i consigli di Swift.
Nigro annuì sorridendo.
– Non credete a tutto quello che raccontano su di noi. Ora vi spiego perché sono diventato un rosso. Anche dalle mie parti, il mio paese è laggiù, dietro Cosenza – indicò dalla finestra -, non c’è futuro per la povera gente, non c’è altro destino che rimanere poveri e sottomessi, in balia di privilegi ed arbitri. Anche la Chiesa in questo ha fatto la sua parte, proteggendo e legittimando i potenti, che dell’insegnamento di Cristo nulla hanno ascoltato. Perché solo pochi possono vivere bene?, perché i tanti debbono solo poter sopravvivere? Solo i rossi ci difendevano, solo i rossi ci hanno dato una speranza. Ed ora vi dico qual è il mio sogno. Voi, brigadiere, li conoscete, io li ho solo sentiti, quando giocano qui davanti alla casa di Don Isidro. Sono i ragazzi del vicinanzo, devono essere come quelli delle mie parti: poveri, ma gioiosi. Ora io spero, e lotterò con tutte le mie forze affinché avvenga che, non uno di loro, perché la battaglia sarà lunga, ma uno dei loro figli possa diventare sindaco di questo paese. Dico sindaco e non podestà, badate bene, perché il sindaco rappresenta il popolo, il podestà pochi parassiti.
Ci furono attimi di silenzio. Nigro di certo pensava al nipote, al suo destino di contadino, uno dei tanti costretto a lavorare per un misero salario le terre che i pochi avevano depredato. E se i tanti si fossero ribellati? Un fremito lo attraversò e scacciò, per il momento, questo pensiero, non degno, rifletté, di un carabiniere del Regno, nei secoli fedele.
Don Isidro prese la parola:
– Francesco, qualsiasi cosa deciderai di fare, sarà ben fatta. Perché so che deciderai secondo coscienza. Ma per toglierti dall’impaccio, ti faccio una proposta, Gennaro sarà d’accordo anche lui. Dammi due giorni di tempo. Quarantotto ore, non di più e ti prometto che Gennaro sarà lontano da casa mia e da Casalmico. D’altra parte, il gioco sta diventando pericoloso. Come farò di preciso non lo so, ma una mezza idea ce l’ho…
– D’accordo, fra due giorni, a questa stessa ora tornerò qui per contare gli ospiti della colombaia e Dio voglia che ce ne sia uno in meno! Ed ora scusatemi, ma il servizio mi aspetta. Devo andare.
– Brigadiere – disse l’ospite – restate ancora un po’, vi prego. Devo finire di raccontarvi la mia storia. Spero, alla fine, di convincervi che non sono un delinquente.

(Fine Sabato/2 CONTINUA)

24^ puntata: sabato parte 1

Sabato

Hay una lìnea de Verlaine que no volveré a recordar,
Hay una calle pròxima que està vededa a mis pasos,
Hay un espejo que me ha visto por ùltima vez,
Hay una puerta che he cerrado hasta el fin del mundo….

– Anche se il mio vecchio accento della Boca è un po’ arrugginito, non credo che ti debba tradurre questi versi!
– No – replicò Nigro – credo di averne capito il senso. Anzi, vi dirò di più: spero che questa non sia l’ultima volta che vengo a trovarvi…
– …e perché mai?, mio buon Francesco – fece Don Isidro -, c’è qualcosa che non so?. Ti hanno, forse, trasferito? In questo caso non temere: gli amici si ritrovano sempre!
– Per l’appunto: gli amici sono sempre amici, in guerra ed in pace. Ma essere amico ed al tempo stesso portare questa divisa, qualche volta, è molto difficile. Non è solo una visita di cortesia, questa.
– Allora, ecco! – esclamò il sacerdote, stendendo le braccia come ad offrire i polsi a delle invisibili manette.
– Non scherzate, ve ne prego, mi rendete tutto maledettamente difficile!
– Va bene: dimmi allora quello che ti rode e dimmelo in tutta franchezza, qualunque cosa tu mi debba dire. Ma ti anticipo che nulla ho da farmi perdonare né dalla giustizia degli uomini, né, soprattutto, da quella di Dio.
Don Isidro pronunciò queste parole con estrema serietà, non era più il faceto conversatore di poco prima. Si fece silenzio: i due si guardarono negli occhi, poi il brigadiere, preso fiato, cominciò:
– Voi mi avete tenuto nascosto qualcosa, di molto grave. Credo che tutto sia cominciato la settimana scorsa, quando
ero in licenza e sarebbe potuto passare inosservato a tutti, non a me che, ripeto, sono vostro amico e carabiniere. Riconosco che siete stati tutti molto cauti ed attenti. Soprattutto con me: credo che lo abbiate fatto per non coinvolgermi, proprio per evitare questa imbarazzante discussione. Per non mettermi davanti ad un bivio, se valgano più i doveri dell’amicizia o quelli del mio abito.
– Ti capisco, è capitato anche a me, ma non mi stai dicendo niente, sii più esplicito!
– Giusto, avete ragione. Dunque, voi, Don Isidro, e la vostra famiglia nascondete qualcuno in soffitta, nella stanzetta accanto alla colombaia, probabilmente un comunista, un sovversivo. Me ne sono accorto da alcuni piccoli particolari, che presi uno per uno non significano niente, ma che messi tutti insieme, da chi, come me, conosce questa casa, conducono ad un’unica conclusione. Quindi vi chiedo: chi c’è in soffitta?
– Bravo, Normandia! – fece il prete – Hai fatto centro! Ma ora sono curioso di sapere come l’hai capito.
– Beh, per esempio la sera che siamo tornati dal convento, voi avete bussato alla porta di casa vostra, fingendo di non avere le chiavi. Ma io ricordavo di avervele viste mettere in tasca e quel mazzo di chiavi così pesante non potevate non sentirvelo addosso… Così ho compreso che volevate segnalare il vostro arrivo, con altre persone, a quelli di casa. Poi ho collegato il gioioso saluto dei vostri ragazzi già dal balcone, quando vi ho fatto visita al ritorno della licenza. Non inconsueto, ma un po’ plateale. E la signora Nives che furtivamente scendeva dalla soffitta con delle scodelle… Come mangiano bene questi colombi, pensai e vi dissi pure. Infine, le luci accese in soffitta, agli orari più strani: sono stato apposta in piazza più di una sera, per verificarlo.
Don Isidro restò quasi incantato alle parole dell’amico, poi riprese:
– Sono sconfitto, ma felice che sia stato tu a battermi. D’altra parte eri l’unico che poteva farlo. Né ti ho sottovalutato, ho dovuto cambiare i miei programmi per colpa delle vicende su cui stai indagando. Il nostro ospite ci doveva lasciare lunedì notte, ma non è stato possibile, troppo traffico di camicie nere…
– Una cosa mi stupisce: voi non siete mai stato tenero con i rossi, molti vi vedono come un “fascistone” per questo.
– Non è così. Essere anticomunista non vuol dire essere fascista, e viceversa. Io sono cristiano e la pietà e l’amore verso il prossimo sono gli ideali del mio, chiamiamolo, “partito”. Perché non avrei dovuto aiutare questo povero perseguitato, colpevole di cosa, poi? Di avere idee diverse da quelli che straparlano di Imperi, posti al sole e si alleano con questa Germania: da là viene il pericolo. Chi non è con loro, adesso, è giusto che lavori insieme, poi si vedrà. Ed ora, vieni con me. Ti faccio conoscere un amico.

(fine Sabato/1 CONTINUA)

 

23^ puntata: venerdì parte 4

Venerdì/4

– E’ stato un bel funerale, pace all’anima loro. C’era tutto il paese, ovviamente, ed ovviamente c’era anche gente di Cosenza, i Dieni, il Federale, la Milizia e noi, che, modestamente, avevamo le divise più belle. Ma non ho fatto solo la parata, ho raccolto qualche voce interessante, poi vi dico. Ora raccontatemi.
Dopo un particolareggiato resoconto e con qualche interruzione di Filastò, Nigro porse la borsa al Maresciallo, che ne estrasse con cura il contenuto e cominciò ad esaminarlo. Dopo qualche minuto, il maresciallo riprese:
– Bene, bene, questa la riconosco è una mappa di una parte della Sila. Qui in basso c’è Borgo Silano, questa è la Colonia. Vedete? Intorno alla Colonia ci sono delle crocette e tanti altri segni a matita. Anche numeri. Gli stessi numeri sono su questi progetti. Progetti di villette, mi sembra. Vediamo questi atti: sono acquisti e vendite di terreni. Tutti fatti da De Nitto. Qui compra, qui pure, qua invece vende. Mi sa che dobbiamo passarci un po’ di tempo. Allora lei Nigro, legga e lei Filastò prenda appunti su quello che le dirò.
Passarono almeno un’ora a fare questo lavoro, alla fine il maresciallo esclamò:
– Mi sembra che il quadro sia chiaro. De Nitto ha comprato, a poco prezzo, sembrerebbe, da privati e anche dal Demanio, già anche dal Demanio, un sacco di terreni. Boschi per lo più. Ma non ha una segheria, né lui né la società a cui li ha rivenduti, la ACME, Anonima Cosentina di Mutualità per l’Edilizia. Di cui è socio, anzi era, insieme ai Dieni. Questi vogliono fare case: ma lì non si può costruire…ci sono dei vincoli. Ho segnato sulla mappa questi terreni: coincidono con le crocette e sono tutti a est della Colonia, ma questo bosco, che pare di proprietà della stessa Colonia, li divide in due corpi separati. Beh , io direi che è chiara la volontà di costruire un villaggio, quando?: penso da qui a poco, come e con quali trucchi per aggirare la legge non lo so. Voi che ne pensate?
– Se è così – intervenne Nigro – devono avere protezioni molto in alto!
– Tenga conto che Rossi, il ministro, è amico loro!
– Scusate – fece Filastò – ma se invece dei boschi ci fosse terreno libero, si potrebbe costruire?
– Si, sarebbe possibile e sarebbe estremamente facile avere le autorizzazioni.
– Quindi – riprese il siciliano – se cacciano il bosco raggiungono lo scopo!
– Certo – fece Soldati – ma non sono degli stregoni: il bosco è là, non lo possono far sparire!
– E invece si! – esclamò Nigro, esponendo la sua idea.
– Credo che la sua intuizione non si discosti dal vero, Brigadiere, anzi collimerebbe con quello che ho saputo oggi pomeriggio: sembrerebbe che Brega, domani debba recarsi in Sila, per starvi un paio di giorni e che come punto d’appoggio abbia proprio la Colonia. Dobbiamo essere presenti anche noi, da quelle parti
– Ci andiamo io e Filastò, possiamo partire domani, di primo pomeriggio, col treno. Possiamo dormire, se è il caso nella nostra baita, quella che ogni tanto usiamo. Non c’è granché, ma un paio di brande ci sono.
– Sono d’accordo con lei. Ma perché non partite di mattina?
– No, domattina, se permettete, devo risolvere una mia questione personale. E poi penso che sia anche utile leggere il diario! Ci vorrete passare un po’ di tempo, magari ci vediamo fra un paio d’ore…se ne vale la pena.
– Va bene, va bene, niente in contrario. E mi raccomando: naturalmente, userete la solita prudenza. Vi faccio un ordine di servizio su misura: risulterà che siete lì sempre in relazione al solito problema…ora fatevi un giro, vi aspetto qui, diciamo prima di mezzanotte.
Filastò, come gli capitava spesso nelle ultime ore, sorrise.

– E adesso che facciamo? – chiese il carabiniere.– Che ne direste di andare in Pretura?
– A fare cosa? Non credo che a quest’ora ci sono cause…
– No, ma c’è lo spettacolo di varietà!
– Già è vero, dimenticavo: è venerdì. Certo che è varia la vita: pomeriggio funerali e marce funebri, sera ballerine e macchiette! Andiamo, ci distraiamo un poco e male non fa.
Arrivarono alla Pretura, un bel palazzone, a tre piani praticamente in piazza. Si dice che una volta fosse una chiesa, quella di Santa Maria, da cui il nome del rione, ma adesso era adibita a cerimonie certamente più profane, talora addirittura mondane. Su una locandina si leggeva che, reduce dai più grandi successi nelle piazze di Roma, Napoli e Milano, anche se per pochi giorni, tutta per i Casalmichesi, ecco a voi: FELICIBUMTA’, la rivista con i migliori comici, cantanti e dodici gambe dodici; posti a sedere L. 12, posti in piedi L. 7.
– Chissà quante ne avete viste voi, che avete girato l’Italia…io i primi spettacoli li ho visti qua!
– Si, ne ho viste tante. Soprattutto per servizio, naturalmente. Una volta, addirittura, nel pubblico c’era il Principe, dicevano che fosse innamorato di una cantante.
Lo spettacolo fu passabile, Nigro sorvolò sulle ballerine, secondo lui un po’ in carne, sulle battute, d’antiquariato, dei comici, sui gorgoglii della sconosciuta vedette, ma la gente si divertiva, ne aveva bisogno, si rideva di gusto e non si avevano remore a strabuzzare gli occhi, quando le donnine sgambettavano. Il “teatro”, che poi era l’aula delle udienze, era stracolmo di spettatori, tutti, rigorosamente, di sesso maschile, ma di ogni ceto. Molti, per risparmiare si erano portati degli sgabelli da casa, un muratore addirittura una scaletta, per vedere meglio. E poi c’erano i biglietti in società, quelli che erano stati acquistati da più persone e poi aggiudicati ad un solo fortunato, quello che avesse vinto la conta o a carte. Si, forse il biglietto era un po’ caro per quasi tutta la gente di Casalmico, ma come aveva detto Don Isidro al brigadiere “semel in anno licet insanire” e , in paese, giusto una volta ogni dodici mesi capitava che ci fossero questi spettacoli. Come ogni volta, c’era chi tentava di salire sul palco per meglio “osservare” e, come ogni volta, veniva, senza tanti complimenti, ributtato in platea. Ma, stavolta, la primadonna non avrebbe ricevuto il solito mazzo di rose: l’abituale galante donatore, il nobile Umberto De Nitto, questa volta non poteva proprio essere presente.

– Maresciallo, rieccoci qua!
– Scommetto che siete stati in Pretura, per la rivista. Ho sentito da lontano Filastò fischiettare il motivetto dello stipendio a cui aspira…
– Mille lire al mese!
– Proprio quello. Ma ora sedetevi, veniamo a noi. Il diario l’ho letto. Non c’è granché: per lo più ci sono segnati appuntamenti, impegni, personali e ufficiali. Non ci sono molte note o commenti: qua e là scrive cose come “fatto”, “poteva andare meglio”, “importante”, “ottimo”. Molti appuntamenti sono come in codice, mette solo le iniziali. Mi ha colpito che fra marzo e maggio è stato con quelli che chiama “soci”, i Dieni penso, da un certo “N”. Sono certo che sia il Notaio. Come avete visto si ferma al 18 giugno, quando scrive “preparare alloggi Colonia per ospiti”. Null’altro. Solo le pagine strappate contenevano, forse, qualcosa di compromettente: ma chissà dove saranno…
– Secondo me – disse Nigro – le aveva la notte in cui è stato ucciso, se non gliele abbiamo trovate addosso, le avrà l’assassino!
– A meno che non gliel’abbiano trovate addosso le camicie nere. Ma ora andate pure, ci vediamo domani, prima della partenza. Il treno è all’una, vero?

Nigro incontrò in camerata, Carlotto, il veneto.
– Buonasera, brigadiere. Com’era la rivista? Noi ci andiamo domani. Ricordate?, due anni fa mi ci avete portato voi… era la prima volta che andavo in teatro….
– Certo che me lo ricordo! – fece il brigadiere – eri arrivato qui da meno di un mese e il maresciallo ti aveva messo sotto di me, come fa sempre con i nuovi. Ricordo sei stato buoni dieci minuti a guardare la lapide fuori la pretura, eri quasi incantato.
– Già, guardavo i nomi dei caduti, anzi, li contavo: sono 24: ventiquattro ragazzi, più o meno della mia età, che sono venuti a morire dalle mie parti, per difendere terre che non avevano mai visto. Mi sento di avere un debito con loro. E questo mi fa sentire un po’ meno la nostalgia di casa. Io tornerò, prima o poi, quei ventiquattro no!

La notte era fresca, come di consueto portava ristoro dopo il caldo afoso della giornata e molti ne approfittavano per tirare tardi passeggiando. Erano i reduci della rivista e fra questi non solo quelli che avrebbero rispettato l’istituzionale riposo del sabato. Ma tutti, passando accanto alla caserma avrebbero riconosciuto, nella penombra, il volto pensieroso dietro il punto rosso di una sigaretta accesa.

Fine Venerdì/4 CONTINUA: prossimo capitolo SABATO)

 

22^ puntata: Venerdì parte 3

Venerdì/3

Il fabbro aveva fatto veramente un capolavoro. Così come lo specchio si apriva, contemporaneamente, dall’altra parte una parte del muro ruotava, in senso opposto, permettendo il passaggio di una persona. Il brigadiere entrò per primo: era uno stretto corridoio buio, largo non più di un metro, lungo almeno cinque, in fondo al quale si intravedeva, al lume della candela, una botola. Nigro accostò la porta di pietra, mentre, per sicurezza, Filastò si teneva ancora dall’altra parte:
– Brigadiere! Si sta chiudendo anche lo specchio!
– Bene. Aspetta che faccio una prova. Ora giro il volantino che c’è di qua e poi riapro.
Così fece ed il meccanismo funzionò perfettamente.
– Filastò, entra, che cominciamo l’esplorazione. Prendi quella lanterna per terra, ci può essere utile se funziona, più della candela.
– Già: è anche più comoda da portare della lampada di Lucia! Accesa, brigadiere! Ma qui non c’è niente!
– Non disperare. Siamo al principio. Vediamo dove porta quel buco.
Esaminarono la botola: scendeva in basso per diversi metri, perpendicolarmente al corridoio. C’erano delle maniglie di ferro attaccate alla parete di questa specie di pozzo, grazie alle quali giunsero agevolmente in fondo.
– Mmm, deve essere un’intercapedine che segue i muri esterni del palazzo ed adesso dovremmo essere addirittura sotto il livello della strada, ad occhio sotto la cantina, – pensò ad alta voce Nigro – proseguiamo di qua.
Attraverso un piccolo corridoio ad arco giunsero ad un ambiente ugualmente quasi spoglio, ma più spazioso, una sorta di cripta. In una nicchia, posta circa a metà della parete, c’era una statua di San Francesco, alta quasi mezzo metro, ed era anche l’unica cosa che ne movimentava i nudi muri di pietra, a parte una grata che conduceva in un altro corridoio.
– Per fortuna che è aperta! – fece Filastò.
– Già evidentemente chi l’ha usata per l’ultima volta, pace all’anima sua, non ha più avuto occasione di chiuderla: vedi che si può fare solo dall’interno?
I due oltrepassarono la grata e cominciarono a percorrere una lunga galleria, della quale non si riusciva ad intuire la fine, ma che, da un certo punto in poi, si rivelò interamente in salita, tant’è che in molti tratti era stato necessario fare dei gradini o mettere dei passamano, per aiutarsi. Ad intervalli regolari c’erano degli archi di legno, come rinforzo.
– E’ lunga, brigadiè! Ed è pure umida!
– Si questa umidità comincia a darmi fastidio, per fortuna che la salita è quasi finita, vedi? Ancora una decina di gradini…dai Filastò, che ci siamo…

– Siamo dove? Abbiamo fatto tutta questa salita, non abbiamo trovato niente ed ora siamo qui, alla fine di tutto quel budello, in un bugliolo di fronte a questa parete di pietra, che, sentite, è pure bella spessa!– e così facendo il giovane carabiniere diede dei pugni sul muro, più per rabbia che per effettivamente sondarlo.
– Filastò, da qualche parte si esce: il podestà, che non era un mago, lo faceva.
– Provo a tirare quella catena là in basso, attaccata a quelle pietre, brigadiè!
– Si, t’aiuto. Ma, non succede niente! Guarda, guarda, non è che…spingiamo!
Le pietre si mossero, in blocco, quasi senza fatica. Già al primo sforzo penetrò uno spiraglio di luce e quando l’ammasso fu spostato del tutto intravidero, in piena luce, una specie di grotta, il cui ingresso era riparato da arbusti.
– …ed ora usciamo a riveder le stelle! – declamò il carabiniere.
– Non ti facevo anche poeta – disse Nigro.
– Si fa quel che si può. – si schermì l’altro – Ora, se posso, voglio esprimere un parere, voi ditemi se ho ragione: allora, la catena serve a tirare il blocco dall’interno, ma il blocco, che è troppo leggero, rispetto all’apparenza, deve essere di pietra poco pesante, per esempio…pietra pomice?
– Bravo, ragazzo! Stai diventando un investigatore sopraffino!
Scostando gli arbusti che, parzialmente, occultavano l’entrata della grotta videro tutta Casalmico ai loro piedi, con il campanile di San Pietro quasi di fronte a loro, ad un centinaio di metri, e nella stessa direzione riconobbero un pezzo della scalinata che porta al Convento, che a questo punto, intuirono essere alle loro spalle. Avevano compiuto, sin qui, lo stesso percorso di De Nitto e, forse, gli stessi gesti. A questo punto, in quella notte, il podestà sarebbe uscito dalla grotta e, passando davanti al sagrestano, sarebbe andato al suo funesto appuntamento.
– A parte guardare il panorama, brigadiè, non vedo alcuna utilità a restare qui! Sentite, la banda sta suonando la marcia funebre! Il funerale è uscito dalla chiesa: è meglio tornare indietro ed in fretta.
– Hai ragione! Però tieni alta la lanterna, perché voglio guardare con attenzione il percorso: da qualche parte ci deve essere quello che cerchiamo! Visto che con la nostra povera mente non ci siamo riusciti, ci affideremo a San Francesco – disse Nigro, con tono beffardo.
– Non vi ho capito…Comunque, brigadiere, che cerchiamo? Mica l’ho capito!
– Una borsa, una scatola, un contenitore, insomma. Ma non chiedermi se è grande o piccolo o addirittura cosa c’è dentro. Non lo so. So solo che deve esistere!
– Vabbè, starò anch’io con gli occhi aperti.
Rifecero il cammino a ritroso, stavolta con meno fatica, sia perché, stavolta, si andava in discesa, sia perché l’effetto ansia, conoscendo la strada, veniva meno. Silenziosamente, giunsero alla cripta.
– Ed ora?
– Ora, Filastò, come ti ho detto, rimettiamoci a San Francesco!
– Volete mettervi a pregare? – chiese il giovane, con tono quasi sarcastico.
– No! Bada bene: l’unica cosa diversa che abbiamo incontrato è questa statua. Proviamo a spostarla? Se è come spero, non dev’essere affatto pesante!
– È vero! Se ne viene che è un piacere! Brigadiè, sotto la base c’è un buco! E c’è una borsa!!
– Finalmente! Se ce ne fossimo accorti prima avremmo evitato una sudata. O forse no!
– Sicuramente, no! E chi ce levava lo stesso il piacere di questa passeggiata! Mi è sembrato di essere il protagonista di una favola, che so, Alì Babà! Ne avrò di cose da raccontare ai miei nipoti!
– Beh, purtroppo non siamo qui a divertirci. Prendi la borsa e torniamo su.

La canna col fazzoletto era ancora al suo posto, per cui decisero di sbirciare dentro la borsa.
– Cosa sono secondo voi?
– Carte!
– Scusate ma questo l’avevo capito da me….
– Sei ritornato il solito, Filastò! Sono carte nel senso di mappe, carte geografiche. Poi ci sono disegni di case..
– …progetti, vorrete dire!
– Si, va bene, progetti, hai ragione. Questi, invece, sembrano contratti e questo…è.. un diario! Ma… si ferma al 19 giugno: le pagine successive sono strappate! Ma ora andiamo via, guarderemo tutto in caserma. Con calma. Io ed il maresciallo e anche tu, se vuoi: Soldati sarà d’accordo.
– Grazie, brigadiere, dico davvero.

Scesero in cantina e da lì, attraverso al porticina, uscirono fuori. C’erano Fabrizio, Biagino ed altri due ragazzi, che, nell’attesa, fingevano di giocare. I due carabinieri seguirono Fabrizio in un vicoletto vicino. Qui li fece entrare in un magazzino, che sul retro aveva un’altra uscita, lontana dai posti di blocco che le camicie nere avevano organizzato intorno al palazzo e, prima di lasciarsi, il brigadiere strinse con vigore la mano del ragazzo, palesemente orgoglioso. Fecero un largo giro, uscendo sulla strada dalle parti della chiesa di San Pietro e da qui proseguirono, ormai tranquilli, verso la caserma. Incontrarono il milite di guardia alla scalinata, che li guardò con sospetto, e, dopo la curva, la ronda. Una dei due fascisti rivolse loro la parola:
– Buonasera, brigadiere, da dove venite di bello?
– Anche se non sono tenuto a farlo, ma visto che non c’è niente di male, vi dico lo stesso che siamo stati dalle parti del convento, per un’ispezione! Qualcosa in contrario? – fece Nigro.
– No di certo!
– Allora, buonasera.
Quando furono alla porta della caserma, Filastò, ridacchiando, osservò:
– Brigadiere, ma gli avete detto la verità!
Gli altri non erano ancora rientrati, sicché la loro eccitazione per la felice riuscita della missione andava lentamente scemando, almeno per il brigadiere nel quale stavano subentrando preoccupazioni sul dopo: come interpretare le carte, come usarle, se usarle… Filastò invece parlava a ruota libera, mentre Nigro, qua e là, distrattamente annuiva.
– …e quant’è la vostra paga, brigadiè?
– Ma che ti interessa?
– No, così!
– Bah! Non arrivo a mille lire, per la precisione novecentonovanta.
– E ce la fate?
– Si, non è che abbia molte spese…
– E secondo voi, uno con una famiglia ce la fa con la nostra paga?
– Perché non dovrebbe? Basta che fa il passo suo! Quanti carabinieri ci sono sposati e con figli!
– Finora non ne ho conosciuti!
– Ce ne sono, ce ne sono. Ma perché mi fai tutte queste domande?
– Così, per passare il tempo… eccoli stanno arrivando!
Nella loro splendida uniforme, dall’alto pennacchio e dai lucenti bottoni, apparvero Soldati e gli altri.
– Dalla faccia di Filastò, credo che abbiate qualcosa di buono da dirmi. Vi aspetto entrambi nel mio ufficio, dopo cena.

(fine Venerdì/3 CONTINUA)

 

21^ puntata: Venerdì parte 2

Venerdì/2

Le campane della chiesa di San Biagio cominciarono a suonare mestamente. Soldati e Olivieri, con Carlotto e Grimaldi, erano già sul sagrato, in alta uniforme. Stavolta toccava a Lucarelli piantonare la caserma e badare ai tre sovversivi nelle camere di sicurezza. Nigro e Filastò attendevano impazienti quei rintocchi e già al secondo erano per strada. Appena fuori, di fronte a lui, sull’altro lato della strada, Nigro vide un ragazzo. Indicò all’altro che la spada di legno che quel bimbo recava era infilata nella cintura: il segnale di via libera. Poi si accorse che non era l’unico, nella stessa strada ce n’era uno a monte, prima della curva per Casaletto ed uno a valle, un po’ più giù. Due erano invece sull’altra strada, il Corso Umberto, in analoghe posizioni. E tutti con le spade nella cintura. Di buon passo presero la discesa verso i Canali e qui Filastò chiese:
– Brigadiè, ma perché non siamo andati subito per la vianova soprana? Facevamo prima!
– Ma quanto sei cretino! Andando per dove dici tu rischiamo di trovarci subito la ronda di fronte e soprattutto, come ti renderai conto, sarebbe troppo difficile evitare quello della scalinata: staremmo allo scoperto per troppo tempo. Invece andando di qua, male che va, possiamo dire che stiamo andando al funerale.
– Perfetto, scusate. Non parlo più, che meno parlo meno resto carabiniere semplice. Però la conquista della chiave è tutto merito mio!
– Poi ne parliamo, ora sali di qua e attento alle spade!
Salirono per una stradina, quella che portava alla Timpa: ad ogni angolo vigilava un ragazzino. Per fortuna, i paesani erano quasi tutti al funerale e così, con tranquillità, giunsero a pochi metri da Corso Umberto, pochi gradini di pietra li separavano dalla strada e da lì pochi metri per arrivare alla scalinata che portava a palazzo Lojodice. Ma lì c’era il punto più difficile. Si acquattarono dietro una casa, in attesa. Lì aspettava Ludovico.
– Che organizzazione! – sussurrò Filastò.
– Visto? Ora aspettate il segnale di via libera: Biagino, si, proprio lui, non ci metterà molto a mandarlo lontano!
Passarono un paio di minuti, poi si sentì una giovane voce dialogare con una matura:
– Ehi, scarafaggio!
– Che vuoi? Vai a giocare da un’altra parte! Se no…
– Se no, cosa? Sei così moscio che neanche con un razzo nel sedere mi raggiungi!
– Ma vattene!… E stai fermo con quella fionda!… Ahi!
– Ti ho fatto male? Prendi quest’altra!
– Brutto figlio di buona mamma. Corri più forte che puoi, che mo’ che t’acchiappo…
– Provaci!
Dal loro nascondiglio si udirono i pesanti passi della Camicia Nera, che di corsa si allontanava.
– Il segnale! Via! – fece Ludovico.
I due carabinieri fecero in un balzo i gradini che li separavano dalla strada, non c’era nessuno. E poi, di corsa su per la gradinata. Con il cuore in gola arrivarono alla porticina: Filastò estrasse la chiave e la aprì senza difficoltà. Erano nelle buie cantine del Palazzo.

– Ora possiamo parlare – disse il brigadiere – Certo che quei monelli sono stati bravi. Ma anche tu sei stato bravo a procurarti la chiave.
– Beh, si, visto che Lucia doveva andare al funerale, ho pensato bene fare così e dirle di levare le spranghe! Poi le ho pure detto di farmi trovare un lume e di metterlo nella camera da letto. Ma, brigadiè, vi siete portato pure una candela! Avete pensato a tutto!
– Certo!, ma ora, visto che la conosci di sicuro, fammi strada per salire.
– Venitemi dietro e attento alla testa quando prendiamo le scalette!

Erano nella camera da letto del defunto podestà. Tutto era come la prima volta che Nigro vi era entrato e poteva sembrare ancora abitata, non fosse per quel leggero puzzo di chiuso che pizzicava le narici. Dalle finestre penetrava abbastanza luce, che Nigro reputò sufficiente per potersi muovere agevolmente. Scostò un poco una delle tendine e fece cenno al carabiniere di guardare fuori:
– La vedi quella canna, col fazzoletto in cima? È un’ulteriore precauzione: se la vediamo dritta, tutto bene. Se invece è posata per terra vuol dire pericolo! Ti anticipo, stai pensando: che organizzazione! Concordo. Ed ora diamoci da fare: lo specchio è lì.
Si avvicinarono e Nigro spinse i riccioli agli angoli della cornice e cominciò a girarli, secondo quanto aveva appreso dal fabbro.
– …ecco ora a questo gli facciamo fare tre giri antiorari: uno…due…e..tre…
– Ma non si apre! Brigadiere, che facciamo?
– Guarda se c’è una levetta sulla cornice, a destra. Niente! Li giro a rovescio e riprovo.

– Niente da fare, Filastò. Non si apre. Che il fabbro mi abbia preso in giro, lo escludo. Non ce n’era ragione. Sono sicuro che la combinazione, almeno quella impostata da lui, è questa: 1,4,5,3. Allora…L’unica è che De Nitto, l’ha cambiata!
– Madonna mia. E adesso?
– Adesso, riproviamo. Confido che i numeri siano sempre quelli. Il podestà era devoto a San Francesco e quella è una data importante. Proviamo a cambiare il verso dei giri. L’uno era orario, proviamo a partire con il verso antiorario!
Ma la serratura non scattò. Provarono in modi diversi, attribuendo il numero uno di volta in volta ad un ricciolo diverso e gli altri poi, in cerchio, a seguire. Prima in un verso e poi in altro, sia per quanto riguarda la numerazione, sia il giro stesso delle “chiavi”. Niente da fare. Quel maledetto specchio non si muoveva di un millimetro.
– Filastò, li hai annotati tutti i tentativi che abbiamo fatto? Quanti sono, finora?
– Otto, brigadiere. Anzi, sedici, se consideriamo che ognuno l’abbiamo fatto due volte, una volta col primo ricciolo che gira a destra e l’altra che gira a sinistra. Ma quanti sono in tutto?
– Ci ho pensato. Mi pare ventiquattro, però moltiplicato due volte! Quarantotto, insomma. Sono troppi. E poi noi non sappiamo se il podestà ha modificato pure l’alternanza dei giri dei riccioli. Noi facciamo: orario antiorario orario antiorario. Oppure viceversa. E se fossero tutti orari, o solo uno?
– O in qualche altro modo che non oso neanche immaginare? E poi c’è questo specchio che mi confonde, non so, quando prendo appunti, se guardare voi o la vostra immagine…
– …bravo, Filastò! Lo specchio! Che caspita di trucco! Credo di aver capito. È lo specchio che ci deve “dire” la combinazione. Ecco, dammi il quaderno e la matita: disegno un rettangolo, che è lo specchio. Ai quattro angoli scrivo i quattro numeri:

____
4 1

5 3
____

– ……poi metto questo disegno davanti allo specchio e i numeri diventano…vedi. Proprio come ci aveva detto il fabbro! – esclamò il brigadiere.
– Ma veramente, non mi pare tanto giusto. D’accordo per il numero uno, è una sbarretta ed allo specchio tale rimane. Ma un tre riflesso allo specchio è una specie di E, non un numero, per non parlare di che diventa il quattro…
– Proviamo lo stesso, mi devo cacciare lo scrupolo.
Altro vano tentativo. Un’ombra di scoramento apparve sul volto finora tranquillo del brigadiere.
– Non mi dire ve l’avevo detto! Era solo una mia pignoleria, va bene?
– Non vi arrabbiate! Se ci innervosiamo perdiamo solo tempo e ci siamo già da più di un’ora qua a smanettare. Vedete, sono le cinque passate! – e indicò il prezioso orologio che era sul comò, accanto al lume, proprio dinanzi allo specchio.
Lo sguardo del brigadiere andò su quell’oggetto, da lì allo specchio, poi di nuovo all’orologio ed infine, aprendo il volto in un sorriso, ancora sullo specchio.
– Filastò, sei un genio! Non ti lascio più! Hai ragione: i numeri arabi, quelli che abitualmente usiamo, riflessi non diventano niente. Sono solo scarabocchi. Ma i numeri romani, come quelli di quell’orologio, restano numeri romani. Non tutti è vero, ma quelli che ci interessano, si! Aspetta che riscrivo, vedi questi sono numeri romani. Poi li metto davanti allo specchio:
VI I
V III

allo specchio diventano:

I IV
III V

Cioè: uno, tre e cinque (I, III e V) sono rimasti uguali, ma il sei (VI) allo specchio è diventato quattro (IV)! E così è veramente lo specchio a dare la combinazione, quella giusta, quella del fabbro! Prova tu, dai, che io ti indico!
– Brigadiere, non so se ci arrivo….
– …ed allora alzati sulla punta delle scarpe! Ascoltami bene e fai attenzione! Dunque: primo ricciolo, in alto a sinistra. Sei giri orari. Secondo ricciolo, in alto a destra: uno solo antiorario. Terzo, in basso a destra: tre, orari. Ultimo: cinque. Antiorari!
Si udì distintamente uno scatto. Lo specchio fece perno su un lato e, girando, scoprì un’apertura. I due si abbracciarono, felici.

(fine Venerdì/2 CONTINUA