20^ puntata: Venerdì parte 1

Venerdì

Il sole, che sorgeva libero e giocondo, lasciava presagire un’altra giornata di afa. Per fortuna la nottata era stata dolce e Nigro, dopo un sereno sonno senza sogni, si era levato in forze ed assai ben ristorato. Non così Soldati, che quando gli fu chiesto: “Maresciallo, com’è andata ieri sera a carte?”, non rispose, fingendosi distratto, ma convincendo tutti che, con molta probabilità, avesse perso e male. La riunione del mattino fu assai breve, si erano già visti ed organizzati la sera precedente. E, mentre due squadre, come il giorno prima, battevano il paese, Nigro e Filastò rimasero in caserma. Il brigadiere, perché era meglio che quella mattina si facesse vedere poco e niente, il siciliano perché poi doveva incontrare la sua servetta e per disposizione del Maresciallo!, il quale, immaginando le facili ironie dei sottoposti, si imbarazzò non poco nel dare questo ordine, che lo faceva sembrare una sorta di paraninfo.

– Nigro, le avevo detto di non accettare provocazioni…
– Purtroppo, Maresciallo, non ho potuto farne a meno. Ha fatto tutto lui.
– Immagino. Come immagino che lei sappia che quell’animale non gliela perdonerà! Stia attento, a lei ed ai ragazzi. Specialmente oggi pomeriggio, quando ci saranno i funerali. Perché è vero che noi useremo questa occasione a nostro vantaggio, ma potrebbe essere lo stesso anche per loro.
– Certo. Comunque, credo di non poter rimanere tutta la mattina chiuso in caserma, come mi avete consigliato: mi devo incontrare col nipote di Don Isidro, per quella questione….
– Lo so, ma faccia in fretta. E massima cautela.
– Comandi, Maresciallo!

Francesco, decise di ingannare l’attesa leggendo qualche pagina di un libro, che aveva iniziato qualche giorno prima. Era un libro di racconti, ambientati in Inghilterra, il cui protagonista, o meglio il testimone, era un buffo pretino cattolico, che risolveva misteriosi casi basandosi non su tracce ed indizi, diciamo, “fisici”, ma indagando sull’animo umano delle persone coinvolte. Il racconto che lesse lo turbò non poco, insinuandogli una strana sensazione. Era una sorta di variazione sul tema della “Lettera rubata”, ma stavolta non bisognava nascondere una missiva. “Dove nasconde una foglia l’uomo intelligente?”, chiedeva il pretino del libro e l’amico rispondeva: “In una foresta!”. Poi, lentamente, si scopriva che un generale, corrotto ed amorale, per nascondere il cadavere di un ufficiale che lo aveva scoperto e da lui assassinato, sul luogo in cui giaceva aveva fatto combattere una tremenda battaglia, sì da confondere quel corpo fra mille altri. I pochi superstiti fra i suoi uomini, scopertolo, lo avrebbero infine giustiziato. Ma la storia ufficiale avrebbe detto altrimenti, tant’è che il racconto si conclude proprio sotto il monumento eretto in onore del valoroso ed eroico generale.

– Normandia, vieni con me.
Il brigadiere seguì Ludovico in un lungo giro vizioso, che percorsero allo scopo non solo di evitare le strade principali, ma anche di esser visti da queste, ché le ronde nere le percorrevano. Giunsero infine davanti ad un cancello di legno, che comunque si trovava appena dietro il sottoportico sopra i Canali. Ad un segnale di Ludovico, tre lunghi fischi, venne aperto da un ragazzetto nero nero, che Nigro riconobbe: era un vicino di casa di Don Isidro. Da lì penetrarono in un cortile nascosto, un vaglio, come dicono a Casalmico, dove li attendevano altri quattro ragazzi.
– Brigadiere, – fece Ludovico – vi presento il nostro ospite: Biagio Rizzo, capo della banda di questo territorio, e Fabrizio Salina, il capo di quella dello Spiazzo. Gli altri sono i loro vice. Vi aiuteranno oggi pomeriggio: Biagio nella prima parte, Fabrizio nella seconda, la più difficile. Ognuno nel suo quartiere.
Il brigadiere notò il tono solenne dell’incontro ed apprezzò che, quasi a renderlo più ufficiale, Ludovico gli desse del voi. Decise di adeguarsi al clima e di esprimersi anche lui con la dovuta gravità.
– Sono il Brigadiere Francesco Nigro, certamente mi conoscete. Vi ringrazio dell’ospitalità e dell’attenzione che mi concederete. So che non è stato facile organizzare questa riunione, né sarà facile quello che andremo a fare.
– Aspettate a ringraziarci – disse Biagio. Che dovremmo fare?
Nigro spiegò per filo e per segno il suo piano, evidenziandone i punti deboli. I due capi suggerirono delle correzioni, all’itinerario, soprattutto, ed alla fine si trovarono tutti d’accordo.
– Si. Si può fare! Oltretutto quello che sta a guardia della scalinata mi sembra tonto abbastanza! Non sarà complicato! – fece Fabrizio – Ma noi che ci guadagniamo?
– Vi vendicate per quello che vi hanno fatto ieri! – sentenziò Ludovico – e per quanto riguarda te, Biagio, ci guadagni che il merito dell’operazione andrà in parte anche alla tua banda. Non solo lo Spiazzo ne avrà l’onore.
– Va bene – fece Fabrizio.
– Allora, d’accordo pure noi – aggiunse il giovane Rizzo.
– Benissimo, ragazzi. Allora oggi pomeriggio tutti ai vostri posti. Alle quattro, quando suona il funerale.
– Con gli occhi di tigre! – concluse Fabrizio.
Uscirono con prudenza dal cortile, andandosene ognuno per la sua strada. Quando furono soli, Ludovico disse:
– Allora? Soddisfatto?
– Molto soddisfatto. Mi è sembrata una riunione molto seria, non una cosa da ragazzi. Ora sono più sicuro sulla buona riuscita dell’operazione. Ma senti, che gli hanno fatto ieri a Fabrizio?
– Gli hanno rotto il pallone. Un pallone di pezza e di stracci che si era costruito e gli hanno ordinato, a lui ed ai suoi, di non giocare più sullo Spiazzo. Merita vendetta la cosa, no?
– Bravo Ludovico. Sei stato molto astuto. Un’ultima cosa, perché non ti sei salutato con il vice di Fabrizio, quello con un occhio nero?
– Perché glielo ho fatto io stamattina! Biagino, si chiama così, aveva cercato di prendermi in giro, cantandomi quella canzone su Ludovico, che è dolce come un fico. Ma non è andato oltre il primo verso. Non temere, ci sarà leale lo stesso!

(Fine Venerdì/1 CONTINUA)

 

19^ puntata: Giovedì parte 6

Giovedì/6

A pochi passi di distanza, nella saletta riservata di un’altra osteria si svolgeva il rito del giovedì sera. L’osteria detta di Francesco, dal nome del proprietario, era vicinissima a quella, più popolare, di Virginia, praticamente di fronte, sull’altro lato della stretta strada. Francesco, però, cercava di darsi un tono, così aveva trasformato uno sgabuzzino, una cui parete peraltro ancora fungeva ancora da ripostiglio, in saletta riservata: un tavolo con quattro sedie, non troppo eleganti, ma comunque nuove. La saletta prendeva luce da un balconcino con vista sulla stradella, la via per la stazione.
– Domani mi tocca passare lì tutta la giornata, – sospirò Don Isidro, indicando quella macchia nel panorama che tutti identificarono con Cosenza.
– Meno male che non è stato per oggi – disse il Professore – avremmo dovuto saltare la nostra riunione!
– Per me era meglio – fece il Maresciallo – stasera il mio compagno non è affatto in forma. Per colpa sua siamo costretti alla bella ed erano mesi che non vincevate una mano!
– La fortuna gira – disse Mimì, l’Ufficiale del Comune – ogni tanto ce la meritiamo pure noi. Allora: voi avete vinto il giro di tressette, a stento, diciamolo e noi vi abbiamo stracciati a scopone. Visto che sono il cartaro, decido, per la bella, di insistere con lo scopone!
– Ma no – protestò Soldati – se abbiamo cominciato col tressette, dobbiamo finire col tressette!
– Per niente, il cartaro sono io e decido io! Eccovi le carte e cominciamo a giocare: partita unica, a ventuno.
I quattro compagni da anni si davano battaglia in quella stanzetta, che ogni giovedì sera era il loro regno esclusivo, precluso anche agli amici ed addirittura allo stesso oste, che si doveva limitare ad apparecchiare, in un tavolino a parte, prima dell’inizio della sfida. Per questa sera il menu prevedeva alici marinate, pitta con le sarde e Cirò bianco, uno dei vini che i quattro obbligavano l’oste a far venire, ed ovviamente a riservare solo a loro. Mentre dava le carte, Mimì chiese agli altri:
– Lo sapete come giocano la scopa a Casaletto?
– Si! – replicarono in coro gli altri .
– Ce lo ha proposto mille volte, ma visto che le fa piacere fare il vecchio rimbambito, ce lo dica di nuovo – fece Soldati.
– Allora: là giocano la scopa forzosa cioè se, per esempio, per terra c’è asso, tre, cinque e donna, col cavallo si può prendere solo donna ed asso, e non asso, cinque e tre, come facciamo noi…
– …e come fanno tutti! – esclamò il maresciallo – Ora dato che lo sapevo che andava a parare qui, mi sono portato questo.
Ed estrasse dalla tasca un consunto libretto.
– L’ha scovato Don Isidro su una bancarella, a Cosenza vecchia e me l’ha graziosamente regalato. Sono “le regole di Chitarrella” del tressette e dello scopone. Vedete su una pagina c’è il testo in latino cosiddetto “maccheronico”, sull’altra c’è la versione in napoletano. Io la traduco in italiano, se poi non vi fidate – disse rivolto a tutti – ve la leggerete da soli. Bene: Scopone, regola numero 11. “Quando per terra c’è una carta dello stesso valore di quella giocata, non si può fare la somma, ma si deve prendere quella sola carta. Quando non c’è il giocatore può fare la somma e se per terra ci stanno parecchie carte può scegliere a piacimento quelle che ritiene più convenienti.” Ripeto: a pia-ci-men-to! E con questo dichiaro chiusa la questione!
– Sarà!
– È. Ed adesso, giochiamo!
La fortuna non arrise al Maresciallo e con suo grande scorno dovette assistere al trionfo di Mimì e del Professore. Mentre piluccavano, Don Isidro, che quella sera, stranamente, era stato di poche parole, esclamò pensieroso:
– Scusatemi, amici e soprattutto voi, maresciallo! Stasera non ho giocato bene, in effetti pensavo ad altro!
– Pensavate a domani, a quello che farete a Cosenza? – chiese il Professore.
– Proprio così. Mi vuole parlare il vescovo, udienza personale. Penso che gli argomenti saranno almeno due. Quello che succede nel mondo e quello che succede qui.
– Credo che in Europa si stia mettendo male, vero? – riflettè il Professore.
– Già. Quello che succede in Germania non promette nulla di buono: io stesso, da quello che leggo, credo che lì si stia diffondendo una specie di nuovo paganesimo, qualcosa di subdolo e di avverso ai valori del nostro cristianesimo. E questo è molto pericoloso e non è solo una mia impressione. Quando l’ho visto un paio di settimane fa, il Vescovo mi ha detto che anche il Cardinale Segretario di Stato, col quale si scrivono spesso, gli si è rivolto con viva preoccupazione. Addirittura gli consigliava di intensificare l’azione pastorale e non escludo che a breve la Santa Sede prenderà ufficialmente posizione.
– E la Spagna, che si dice della Spagna?
– Che è giusto combattere i nostri nemici, gli atei e i comunisti, ma non a prezzo di altre barbarie. Sarà una guerra feroce. In Italia stanno organizzando, lo sapete, reparti di volontari per mandarli lì a combattere e saranno in tanti, purtroppo, a non tornare più.
Don Isidro bevve lentamente un sorso di bianco, lo assaporò a lungo, quindi riprese:
– Poi parleremo di quello che sta accadendo qua. Ora basta, bando ai malumori. Guardiamoci il tramonto e riprendiamo a brindare.
– Alla nostra!
– A chi ci vuole bene!
– E chi ci vuole male, possa schiattare! – gridò Mimì: Don Isidro finalmente sorrise e concluse:
– Viva i giovedì dei Vedovi Neri!

– Brigadiere, ma perché li chiamano così?
– Veramente sono stati loro stessi a darselo questo nome. La vedova nera lo sai che è un ragno, nero, molto velenoso. E loro vestono di nero, chi per mestiere chi per proprio gusto e poi o sono vedovi veramente, come l’ufficiale, o scapoli come gli altri.
– Giusto, scapoli, senza donna, insomma. Ma… il Professore…è vero che a lui, invece…
– Filastò, pure, pure saranno affari suoi. Ed ora, fammi pensare in pace, che poi ce ne torniamo.
Dall’angolo della piazzetta, mentre tutto, ormai, si era fatto buio, un puntino rosso identificava il Brigadiere. Era l’eterna Giubak, che, assorto stringeva fra le labbra. Alla fioca luce dei fanali guardava le case che a raggiera circondavano la piazza delle fontane, in quelle con la luce accesa intuiva che si stavano preparando per la cena, poi alzò lo sguardo verso quelle in secondo piano, seminascoste. Riconobbe l’abitazione del suo amico Don Isidro, della quale sullo sfondo si intravedeva l’abbaino. Un pensiero improvviso lo scosse e, gettando la sigaretta, quasi urlò al suo giovane compagno:
– Andiamo!
– Comandi, Brigadiere – fece l’altro.

(fine Giovedì/6 CONTINUA – prossimo capitolo VENERDI’)

18^ puntata: Giovedì parte 5

Giovedi/5

Alle cinque e mezza tutti i carabinieri si trovarono nell’ufficio di Soldati. I resoconti delle due squadre che avevano battuto il paese furono pressoché uguali: nessuna novità. A parte l’avvistamento dei soliti incendi. Soldati non si aspettava molto di più, l’aveva detto, sicché fu ben felice di apprendere da Nigro il fortunato esito della sua missione ad Urbinia e come colpito da una ventata di ottimismo prese a parlare:
– Bene! Continuiamo così: a ben guardare non abbiamo sprecato il nostro tempo. Li abbiamo controllati, sappiamo i loro itinerari e, poi, mi sembra di aver capito, che pochi di loro sanno orientarsi bene nel dedalo dei vicoli. Giusto quei tre o quattro di Casalmico, ma non li metteranno certo nei posti chiave. Grazie a Nigro sappiamo un po’ di più sui segreti di palazzo Lojodice. Ma ora c’è il problema più grande. Come entrarvi, non visti! L’idea del brigadiere mi sembra buona, ma ha dei punti deboli.
Soldati si fermò a riflettere, poi chiese:
– Lucarelli, quante camicie nere ci sono da quelle parti?
– Beh, come sapete, le via di accesso allo spiazzo sono tre: una a monte e due valle. Di queste, una è una stradina parallela al Corso, l’altra è una tortuosa scalinata che parte dallo stesso Corso.
– E su questa scalinata – intervenne Filastò – c’è una porticina di servizio del palazzo. È così piccola che…
– Ti vedo sempre ben informato sulle cose del palazzo – disse Soldati – ma ora lascia proseguire l’appuntato.
– Allora, – riprese Lucarelli – noi ne abbiamo visti due. Erano piazzati alla fine della stradina di cui parlavo prima, in tal modo controllano anche gli altri due possibili accessi. Comunque, poi c’è una ronda che fa su e giù per la salita di Santo Marco, praticamente a qualche decina di metri dallo spiazzo, ed un’altra che fa Corso Umberto. Ed infine ce n’è uno che sta fisso ai piedi di quella scalinata.
– Sembrano ben messi! Filastò, ora puoi istruirci su quella porticina!
– Comandi, Maresciallo. Allora: è sulla scalinata, è piccola e si nota poco. Sembra la porta di un magazzino e sembra debole, però è ben sprangata.
– Allora, brigadiere, che ne dice?
– Penso che entreremo da lì, sempre che qualcuno ci apra!
Tutti si voltarono verso il piccolo siciliano, che, con voce trionfale, esclamò:
– Ci penso io!

Filastò, che si sentiva ormai il vero ed indispensabile elemento per la buona riuscita del piano, non abbandonò per tutto il pomeriggio il soddisfatto ed orgoglioso sorriso che aveva assunto dopo la riunione, assai in contrasto col volto pensieroso del brigadiere, col quale era in giro per il corso Silano. Proprio davanti alla cantina di Virginia incontrarono Biagio, il ferroviere che, scherzosamente, li apostrofò:
– E ché? Avete visto due film diversi, che uno è chiaro e l’altro è cupo?
– No! – rispose Nigro – abbiamo visto tutti e due “La tragica fine di un ferroviere impiccione”, ma solo lui l’ha visto tutto!
– Ho capito che non è serata. Vi volevo invitare ad un bicchiere, ma ora lo dico solo a Filastò!
– O tutti o nessuno! – sentenziò il siciliano – Brigadiè, via, andiamo, solo cinque minuti e poi, se ce lo chiedono, diciamo che siamo fuori servizio.
– Visto che è vero, accetto pure io. – concluse Nigro.
Era ancora presto e dentro la cantina c’erano solo loro. Presero il tavolo vicino all’ingresso, così, pensò Nigro, posso dare un occhio fuori. Biagio, che aveva capito l’antifona, evitò di entrare nel discorso che più gli interessava e così si parlò del tempo, di questo caldo che non la finiva, degli incendi e delle persone che passavano. Su ognuno Biagio aveva qualcosa da dire. Del fruttivendolo che toscaneggia, del macellaio che perde tempo a spettegolare invece di sbrigare i clienti, dello spazzino che è sempre brillo, delle servette che…e qui Biagio si trattenne….e cambiò discorso. In quel momento stava passando Luigi Rizzo e Biagio riprese:
– Poveruomo, non so come fa, dopo quello che gli è successo. Se gli ho sentito dire più di due parole da quando è successo il fatto è assai. E come s’è sciupato! Oddio, non è che fosse chissà come, ma un po’ di carne sulle ossa le aveva. Vabbè che si sta ammazzando di lavoro: da lunedì a venerdì nei boschi a tagliare legna, sabato e domenica a fare il fabbro nel Viale, nella vota di casa sua.
Mentre Biagio raccontava, Nigro si accese una sigaretta, ma per abitudine, non che ne avesse veramente voglia. Si distrasse nel fare i cerchi di fumo e, così , fu colto alla sprovvista dal rumoroso ingresso di Brega e di quattro dei suoi.

– A chi il vino?
– A noi! – risposero i suoi accoliti.
– A chi le donne?
– A noi!
E dopo altre quattro cinque di questo tipo di domande, sempre intervallate da una trangugiata di vino, presero a cantare: “All’armi, all’armi, all’armi siam fascisti….”. Virginia, che si guardava bene dal tentare di chetarli, si limitava a servirli di persona, temendo di adirarli, che quelli erano capaci anche di andarsene senza pagare, come la seconda volta che erano venuti ed avevano lasciato, invece dei soldi, alcune foto del Duce.
– Virginia, dov’è la ragazza? Facci servire da lei!
La “ragazza” era una giovane e bella nipote dell’ostessa che d’estate aiutava la zia ai tavoli e che tutti rispettavano, tranne Brega, che si divertiva non solo a fare battute pesanti su di lei, ma un paio di volte l’aveva pure infastidita, accarezzandole il fondoschiena, mentre passava. Da allora, la saggia zia aveva ritenuto che non era il caso di tenerla lì, fino a quando “quelli” non se ne fossero andati dal paese.
– Non c’è neanche stasera? Non importa. Ci divertiremo lo stesso. Ragazzi facciamo un gioco. Il migliore di voi contro di me a braccio di ferro. Chi perde paga: perché noi paghiamo, siamo onesti, capito Virginia!
Fu una sfida impari. Mitraglia stravinse in un batter d’occhio sul malcapitato di turno e esultante si girò verso il tavolo di Nigro:
– C’è qualcuno laggiù che mi vuole sfidare? Forse tu, brigadiere, o sei il solito codardo?
– Io gioco solo con le persone che mi piacciono! E mai con gli ubriachi!
– Ah si? Allora mettiamola così. Primo: non sono ubriaco.
E così dicendo estrasse con furia il pugnale da ardito e lo lanciò verso Nigro, mandandolo a conficcare nella credenza dietro di lui, a meno di un palmo dalla testa. Il brigadiere non si turbò, anzi accentuò il suo sguardo che più che di sfida era diventato quasi di compatimento.
– Secondo: non è un gioco! Chi perde batte i tacchi! Si alza e se ne va.
Brega si avvicinò all’altro tavolo, con una manata scaraventò per terra bottiglia e bicchieri e, sedendogli di fronte, afferrò la destra del brigadiere. Tutti tacquero: si udivano solo i grugniti di Brega, impegnato allo spasimo nella lotta, ma per quanti sforzi facesse non riusciva a piegare di un millimetro il polso del brigadiere. Tanto più lui diventava rosso in viso, tanto più Nigro sembrava rilassato. Finché i borbottii di Brega divennero un grido: fu allora che Nigro, quasi di botto, prese l’iniziativa e scaraventò il braccio di Brega sul tavolo, proprio dov’era rimasto un pezzo di vetro. Brega urlò di dolore e si liberò dalla morsa. Prese le sue cose ed uscì, senza una parola. Nigro vide che si stava leccando la ferita.
– Bravo brigadiere! – disse Virginia – avete proprio fatto bene!
– No! Ho fatto male! Ho solo ferito un animale feroce. E una belva ferita è ancora più pericolosa.

(fine Giovedì/5 CONTINUA)

17^ puntata: Giovedì parte 4

Giovedì/4

Un somaro e tre amici, due uomini ed un ragazzo, bussarono alla porta di una chiesetta di campagna.
– Eccovi qua. Vi stavo aspettando. Tutto bene? Entrate, se permettete, devo parlare cinque minuti con Nicola, voi due aspettateci qui.
Don Isidro si appartò col fabbro, mentre gli altri due li attesero in silenzio. Avevano poca voglia di parlare. Il brigadiere rimuginava sul dar da farsi, il ragazzo, invece, era un po’ contrariato, perché, immaginava Nigro, secondo lui se ne erano andati troppo presto dalla filanda. E silenziosi li trovarono, poco dopo, il prete ed il fabbro. Questi si congedò con calore e si incamminò col suo somaro:
– Scusatemi, vorrei restare, ma il viaggio è lungo e prima parto, prima arrivo.

– Francesco, allora sei soddisfatto del colloquio? Penso di si. Se ti chiedi perché, visto che lo conosco così bene, non gliele abbia chieste io quelle cose, ti rispondo che desideravo farti incontrare con una brava persona e, perché no, fare in modo che poteste passare qualche ora di sereno, prima della tempesta. Naturalmente, alla peggio, mi sarei fatto carico io del tuo compito…
– No, è andata bene così, da ogni punto di vista. Mi sono veramente divertito, e pure Ludovico, anche se adesso, con quel broncio, non sembra.
– Passerà. Come passeranno questi brutti tempi e “forse un giorno sarà dolce ricordare anche questo”.
– Cioè, zio? – finalmente loquace, chiese Ludovico.
– Oh, niente stavo solo ricordando un verso d’un poeta latino. Mi sembrava appropriato. Mentre vi attendevo stavo sfogliando un’altra opera di quel poeta. Normandia, dovrebbe interessarti, parla di contadini e di campi.
– Ma io il latino non lo capisco.
– Non importa, per ora te lo leggo io, e te lo traduco, poi se vorrai, uno di questi giorni, provo ad insegnartelo. Allora, ti leggo i primi versi della Ecloga prima delle Bucoliche:
Titire-tupatu-lè// recu-bansub-tegmine-fagi….
– Ma, non mi sembra il latino che sento a Messa! – esclamò il Brigadiere.
– Bravo. Vedo che hai orecchio. Ed è anche diverso dalla prosa latina. Questa che ti ho fatto è stata una lettura secondo i canoni della metrica. Si tratta di accenti e di sillabe, non ti dico di più. Ma, come hai sentito, leggendola così la poesia, che se è bella, è bella in sé, lo diventa ancora di più: quasi una musica.
– Va bene, Don Isidro, ne riparleremo. Ma ora credo si debba tornare tutti a Casalmico.

Presero la strada della ferrovia, era la più breve. Si trattava in realtà, di seguire proprio il tracciato ferroviario fra Selva e Casalmico, compresa una breve galleria, quasi a metà percorso.
– Sai, Francesco, anche stanotte le blatte hanno infestato il paese.
– Le blatte?
– Le camicie nere, no! Girano, controllano, rumoreggiano pure, ma non scoprono nulla…
Nigro ebbe un lampo: comprese il senso del sogno della notte passata e quasi con un senso di liberazione lo raccontò all’amico, che subito osservò:
– Anch’io credo nei sogni, ma non nel senso che quello che si sogna poi accade. No. Credo che nel sogno affiorino paure e desideri dei quali da svegli non sempre si è coscienti. Il tuo sogno cosa dice: che, sotto la tua sicurezza, temi Brega ed il sogno ti dice che fai bene a temerlo. La paura non è una cosa negativa, ci aiuta, ci guida. E solo chi ha paura può essere coraggioso. Chi non ha mai paura è solo un incosciente.
– Zio, anch’io stanotte ho fatto un sogno. Sognavo di essere a letto e a mia volta di sognare. Come ogni tanto capita, se uno pensa: questo sogno non mi piace, ora mi sveglio, così accade. Ma stavolta non era così ed io continuavo a sognare di sognare. Finché ho compreso che prima mi dovevo destare nel sogno e poi avrei potuto destarmi nella realtà. Così alla fine ci sono riuscito. Ma mi sono svegliato strano, con il timore che sarei potuto rimanere prigioniero del mio sogno. Che significa, zio?
– E chi lo sa? Ti ho detto che credo nei sogni, non che ho un metodo infallibile per interpretarli!

Don Isidro bussò con forza alla porta di casa, erano affaticati ed accaldati per la lunga camminata e Francesco accettò di buon grado l’invito per un caffè e qualche minuto di comoda poltrona. Donna Nives aprì dopo un po’, scusandosi, giacché, guarda caso, aveva proprio il caffè sul fuoco a cui badare. La bevanda era ottima, come al solito. Meritava una Giubak, e Nigro se l’accese. Dopo la prima boccata disse al parroco:
– Sapete? Mi è venuto in mente un piano per la visita a casa Lojodice. Intanto la faccio domani pomeriggio, così le Camicie Nere sono tutte al funerale!
– Quasi tutte! – insinuò Don Isidro.
– Certo, ma quelle poche che la presidiano credo di poterle mettere fuori combattimento. Se permettete, mi servirò ancora di Ludovico e della sua amicizia con il capo di una banda di monelli.
– Forse la banda degli Irregolari dello spiazzo? Bene! Mi piace! Raccontami, dai….

(fine Giovedì/4 CONTINUA)

16^ puntata: Giovedì parte 3

Giovedì/3

Quando si risvegliò, dopo una buona mezzora, lo Sciglianise stava arrivando, in sella ad un somaro, col quale trasportava i ferri del mestiere. Era un cinquantenne con pochi capelli, piccolo e magro, ma dalle braccia forti. Un paio di spesse lenti gli ingrandivano gli occhi, deformando l’ovale che era ancora quasi da ragazzo. Ciccio gli si fece vicino, si mise a parlottare e prima che i due s’infilassero nell’edificio, si vide distintamente il fabbro che volgeva uno sguardo, fugace e perplesso, verso il Carabiniere. Nigro convenne subito che, se Mastro Nicola era così impressionabile e se il colloquio con lui tutto doveva essere meno che ufficiale, allora era meglio se il capo della filanda lo ammorbidisse un po’. Anche per usare al meglio questa occasione, davvero unica e che giungeva proprio al momento giusto. Sicché, assicuratosi che Ludovico fosse ancora in buona compagnia, si diresse verso il ruscelletto che scorreva lì vicino. Qui, dopo essersi rinfrescato, fu colto da un momento di infantile smarrimento. Prese un foglio di carta bianca dalla tasca, lo piegò con poche abili mosse e, come quando era bambino, ne fece una barchetta. Si commosse nel vederne le aggraziate evoluzioni e la seguì con lo sguardo fino a che scomparve alla vista. Finse di ignorare che di lì a poco si sarebbe così inzuppata da colare a picco e immaginò che potesse andare lontano lontano, magari fino al mare….
Si vergognò un po’ di questo gesto, non appropriato per un uomo di quasi quarant’anni, per di più carabiniere, ma dopo tutto nessuno poteva averlo visto. Il ruscello, infatti, dalla filanda, era nascosto alla vista da una specie di duna sulla cui sommità si ergevano alcuni alberi frondosi, che il nostro trovò assai invitanti e lì andò a adagiarsi. Da questo punto poteva sempre vedere quelle acque che tanto lo affascinavano ed era in grado di controllare i movimenti e le attività della filanda. Era così concentrato sull’edificio ma al tempo stesso così rilassato che non si accorse subito di uno sciacquio che veniva dalla parte del ruscello. Erano due ragazze, di vent’anni al più, che avevano lasciato le ceste e gli zoccoletti sulle rive e, con le gonne alzate, per non bagnarsele, sino a oltre metà gamba, sguazzavano nell’acqua. Non si rivelò e rimase, ammirato, ad osservarle, sino a che, inevitabilmente le due lo notarono. Gettarono un grido di finta paura, proseguirono ancora un po’ nel loro malizioso gioco, poi andarono all’asciutto, e, sempre tenendosi le sottane, offrirono ancora la vista delle belle gambe. Poi presero le loro cose e corsero via ridendo. Tutto questo fece ricordare a Francesco un’altra estate ed un altro ruscello. Era appena arrivato in Sicilia e quella ragazza nel torrente non corse via. Lo attese, guardandolo fisso e senza dire una parola. E senza dire una parola Francesco la raggiunse.

– Allora, Zio Ciccio, è ora di mangiare?
– Si, brigadiere, è quasi pronto e pure Nicola è pronto. Gli ho parlato bene di te. Non ci dovrebbero essere problemi. Poi, dipende da quello che gli deve chiedere. Ma è ben disposto. Se cerchi il tuo giovane amico, è là dietro.
– Non da solo credo. Non per fare il curioso, ma chi è quella bella bambina bionda?
– Ah, quella che ha aiutato? È una mia nipote! Una delle tre figlie di mio cognato Polonio il falegname, il nostro meccanico. Te l’ho detto: qui siamo tutti parenti. C’è anche il fratellino piccolo, è quello laggiù con quel cucciolo di canelupo. Ora, andiamo, che, anche se non è minestrato, ci beviamo un bicchiere.

Si mangiò bene, con gusto ed in buona compagnia. Tutte belle cose, Nigro rifletté ma, in quel giorno, per ora, non aveva combinato granché, a parte avvistare un altro incendio, molto lontano, verso sud. Era venuto il momento di recuperare il tempo perduto.
– Buona digestione, Mastro Nicola! Sono Francesco Nigro. Come vedete sono un carabiniere, ma mi trovo qui come amico di Zio Ciccio….
– …. e dello zio di quel ragazzo, che sono certo vi ha parlato di me. Anch’io conosco Don Isidro e prima di andarmene lo vado a salutare. Qui ne ho ancora per poco: se non vi dispiace, ci possiamo anche andare insieme.
– Perché no? Abbiamo appuntamento pure noi, con lui, alla Pieve di Selva.
– Bene. Ora, sentite, dato che devo andare a riempire d’acqua la borraccia, mi accompagnate al ruscello? Ci portiamo pure il somaro, che si deve abbeverare, così noi parliamo.
Così dicendo si avviarono. Nigro apprezzò la mossa dell’altro, che sembrava fiducioso e ben disposto.
– Mastro Nicò, credo che posso venire subito al dunque. Prima cosa, quello che diciamo qua, non lo saprà nessuno tranne noi ed al massimo altre due persone, su cui posso mettere la mano sul fuoco. Anzi, noi non ci siamo mai parlati.
– Va bene. Chiedete pure.
– Forse già lo immaginate, ma vi chiederò qualcosa di Umberto De Nitto…
– Lo conoscevo. Lo so che è stato ammazzato e che dopo di lui è morto un altro a Casalmico. Le notizie corrono. Ci ho avuto a che fare un cinque anni fa, per dei lavori nel palazzo dove abitava. Era pieno di pretese, ma mi ha pagato bene, anche perché gli ho fatto delle cose veramente a regola d’arte.
– Me l’hanno detto che siete un vero artista. E sono certo che gli avete fatto qualcosa di cui siete orgoglioso, ma di cui non avete mai parlato con nessuno.
– I miei clienti mi pagano ed hanno diritto al segreto sulle nostre cose. Ne andrebbe del mio buon nome.
– D’accordo. Ma De Nitto è morto, non vi potrà certo rimproverare…se mi rivelate una cosa, che ci permetterà di andare in un posto….
– Non vi capisco!
– Parlo chiaro: sono certo che c’è una porta segreta nel palazzo Lojodice, che dà adito ad un cunicolo che esce sotto il convento. Credo di aver intuito che è dietro lo specchio che è fissato ad una parete della camera da letto. E so pure che, abile come siete, avete fatto in modo che, anche se si scardina lo specchio, il passaggio non si nota.
– Avete una bella immaginazione, brigadiere.
– Nicola, vi avverto. Le voci corrono: come l’ho saputo io, anche altri lo possono sapere. E questi non vi prenderanno con il buono, non faranno passeggiate agresti con voi. Hanno altri metodi, sanno come far parlare la gente. Ed infine è meglio che lo si sappia noi carabinieri per primi, forse potremo rendere giustizia al podestà. Se lo sanno questi altri, non ne sono affatto sicuro.
– Ma io sono un buon fascista, non ho paura delle Camicie Nere, perché è di loro che parlate, vero?
– Nicola, Nicola, voi siete più anziano di me e certe cose le avete viste prima di me. Vi faccio un nome: Mitraglia…
– C’è lui in mezzo, quel maledetto!… Mi avete convinto. So che se siete veramente amico di Don Isidro dovete essere una persona leale e farete buon uso di quanto vi rivelerò.
– Ve lo prometto!
– Avete ragione. Il passaggio segreto è dove avete pensato voi, si tratta di un cunicolo vecchio di secoli, ma ancora in buono stato. Una volta si, che sapevano lavorare. Quello che ho fatto io è il congegno di apertura. Se potete è meglio che vi appuntiate delle cose.
– È così complicato? Comunque: ecco la carta ed ecco la matita, me le porto sempre dietro.
– Bene. Allora, state attento. Agli angoli della cornice dello specchio ci sono quattro riccioli. Se si preme con forza si sganciano e diventano mobili, possono girare sul loro asse, come delle chiavi. Considerateli in senso orario partendo da quello in alto a sinistra. La prima “chiave” deve fare un solo giro, orario, la seconda quattro, antiorari, la terza cinque, orari, la quarta, infine, tre, antiorari. Insomma 1453, alternando i sensi di rotazione. Il numero lo scelse il podestà, diceva che era l’anno in cui San Francesco venne a Casalmico. Se si fa il tutto con cura, lo specchio si libera, può girare su un lato, quello sinistro, e al tempo stesso nel muro dietro si apre una porta. Poi attraverso un’intercapedine si scende fino al cunicolo, che, per quanto ne so, dovrebbe portare in una piccola grotta, sotto il convento. Io non ci sono stato, De Nitto mi disse che era tutto al buio, ma che si passava agevolmente. Solo alla fine bisognava andare carponi.
– E per chiudere la porta aldilà dello specchio?
– Giusto. Dimenticavo, c’è un volantino, una ruota, basta girarla. Al rientro poi, una volta finita la passeggiata, basta appoggiare di nuovo lo specchio al muro e premere i riccioli e tutto torna come prima. Non vi racconto altri particolari, penso siano inutili, per voi. Ma è stato veramente un bel lavoro. Uno dei migliori che sia riuscito a fare.
– Non ne dubito e non dubitate che non farò parola di quanto mi avete detto, compresa la vostra antipatia per Brega.
– Credevo lo sapeste, quando m’avete fatto il suo nome…
– No, non sapevo niente, speravo in qualcosa…
– E avete fatto centro. Ora vi dico. Mi chiamano Mastro Nicola, ma il vero Maestro era mio fratello, Emilio. Aveva solo due anni più di me, ma è stato lui che mi ha insegnato tutto. Un giorno, quindici anni fa, Mitraglia ed i suoi lo presero e lo bastonarono per una notte intera. Per un sospetto, dissero. Per malvagità, dico io. Gli fracassarono le mani: da allora non le poté più usare per la nostra arte. Dopo qualche mese, pace all’anima sua, se ne andò, per le conseguenze delle botte, ma secondo me si è lasciato morire.

fine giovedì/3 CONTINUA)

 

15^ puntata: Giovedì parte 2

Giovedì/2

– Normandia! Andiamo, su!
Era il piccolo Ludovico, con un fagottino in mano, con cui s’era messo d’accordo la sera prima per andare insieme ad Urbinia. E così si misero in cammino. Era meglio affrettarsi: fra un po’ sarebbe arrivato l’ormai solito grande caldo ed il percorso che dovevano compiere, un paio di chilometri, non era lungo, ma nemmeno tanto breve, e con qualche salita niente male. Attraversarono il sottoportico di via Fontana, quello sopra i canali, che Francesco trovava assai caratteristico. Era quello che collegava la Piazza al rione detto Santa Maria. Di questi stretti vicoli coperti a Casalmico ce n’erano ben sette: i sette sippuorti, li chiamavano e si diceva che se un infermo fosse riuscito a percorrerli tutti, di giorno, senza incontrarvi nessuno, i suoi malanni ne avrebbero tratto giovamento. Ma, di giorno, qualcuno si incontrava sempre…e, perché no, anche di notte. Comunque Nigro, che un po’ superstizioso era, riteneva che passare per uno di questi posti, all’inizio di una missione, fosse quantomeno beneagurante, e così ogni volta faceva. I due fecero il primo pezzo di strada fianco a fianco, in silenzio come due vecchi amici che si capiscono senza bisogno di parole superflue. Solo verso le ultime case di Casalmico, alla Croce di Casaletto, a pochi passi dal bivio per Urbinia, Francesco prese a parlare:
– Allora, Ludovico, come ti va? E con i tuoi amici, come li hai trovati? Sai, qualche volta capita che se si sta lontani, ti deludono un po’, non si sta più bene, come prima.
– No! Non è il caso mio. E’ questione di carattere, io mi trovo bene dovunque e sto bene con tutti. Con quasi tutti, naturalmente. Ho ritrovato i miei amici della Piazza, quelli di San Pietro….
– Già, dimenticavo, hai amici anche là – interruppe Nigro, interessato – in barba alla “legge” che ognuno rimane nel suo rione.
– Si, una volta te l’ho spiegato…
– …ed ora dimmelo di nuovo: è una storia che mi piace!
– Allora, come sai, i ragazzi di Casalmico sono molto attaccati al proprio rione e molto gelosi ognuno del proprio. Se uno si reca, per qualche motivo, in un altro quartiere viene visto dai ragazzi di là come un pericoloso straniero. In pratica, per ogni rione, anzi per ogni vicinato, si formano delle bande per difendere il territorio dagli stranieri. Queste bande sono ovviamente spesso in lotta fra di loro: tutto sommato è un gioco, ma molto serio e, se devo dire la verità, qualcuno, ogni tanto si fa male, perché si combatte con pietre, fionde e tutto quello che può essere utile.
– E adesso com’è la situazione delle bande?
– Adesso la banda più forte e numerosa è quella del Viale: a Pasqua ha vinto la guerra contro quella di San Pietro, che ha dovuto abbandonare sul campo le proprie armi, perché questa è la regola. Ma ora gli sconfitti stanno preparando la rivincita e si stanno alleando con i vicini, Santo Marco e la banda dello spiazzo di Lojodice, un gruppo nuovo, ma molto agguerrito. Come faccio a sapere queste cose? Perché io sono uno dei “franchi”, di quelli cioè che possono girare per vari rioni e nessuno li tocca. Io sono nato a San Pietro e sto in Piazza e sono franco in questi due rioni, poi per il fatto che sono nipote del parroco e ogni tanto giro con lui, lo sono pure negli altri rioni della parte alta del paese e comunque anche nella parte bassa non mi tocca nessuno.
– Senti, e con la banda dello spiazzo in che rapporti sei?
– Buoni. Anzi, quelli di San Pietro, quando sono tornato qualche giorno fa, mi hanno incaricato di portare avanti l’alleanza, anche perché il capo dello spiazzo era già amico mio. Si chiama Fabrizio Salina, lo conosci?
– No. Ma me lo devi far conoscere.
– E perché?
– Lo saprai a tempo debito. Ti fidi di me?
– Certo!
Intanto, un po’ dopo il bivio, che era il punto dove, per la loro gioia, l’erta si trasformava in discesa, erano arrivati ad una bottega artigiana, così isolata da sembrare di essersi persa per la strada.
– Qui finisce Casalmico? – chiese Ludovico.
– Si, la Falegnameria è il confine sulla strada. Il confine terrestre è la cava di Guerino, quaggiù. Ma adesso Casalmico ed Urbinia, da otto anni, mi pare, l’anno prima che venissi io, sono stati uniti: unico Comune, unico Podestà. Ma non durerà: come i ragazzi dei rioni, di cui parlavamo, i grandi dei due paesi sono altrettanto orgogliosi, ciascuno del proprio. E poi, onestamente, se per quelli di Casalmico cambia poco, a quelli di Urbinia viene un po’ scomodo. Anche se…così ad occhio, mi pare che forse ci siano più matrimoni “misti” fra i due paesi, che a Casalmico fra gente di rioni diversi. Beh, siamo arrivati quasi a Urbinia, dopo quella croce laggiù c’è la strada che porta a Selva ed alla Pieve. Poi ci andremo, tuo zio ci aspetta. Per intanto facciamoci un’altra salita, quella a destra, di fronte al cimitero.
– Scusa, ti posso fare una domanda? Riguarda la vostra inchiesta, non so se posso….
– Proviamo!
– Allora, che ci faceva un cercatore di funghi in giro per i boschi se sono settimane che non piove?
– Spero che a Peppe questa domanda i fascisti gliela abbiano già fatta, se è così, credo abbia dato una risposta esauriente. Ma se sono stati così stupidi da non pensarci, prima o poi ci penseranno e potrebbero venirgli dei cattivi pensieri sul nostro fungiaro. D’altra parte né io né Soldati, ci siamo posti il quesito, perché sapevamo la risposta….
– ….ed anche zio: quando gli ho fatto la domanda, mi ha detto che la risposta era facile e avrei dovuto saperla!
– Infatti. Ti ci faccio arrivare: qual è la ricchezza dei cercatori di funghi? Non rispondere “i funghi”: è qualcosa di più! Ti aiuto: che devono conoscere?
– ….conoscere…i posti dove trovare i funghi!
– …e poi?
– Non farli conoscere agli altri!
– Bravo! E se tu avessi un tesoro nascosto, cosa faresti? Andresti ogni tanto…
– ….andrei ogni tanto a controllare, ma dovrei farlo di nascosto, se no mi possono seguire e scoprire il mio segreto! Quindi, cerco di non andarci di giorno. Ci vado di notte, ma ci devo pur vedere e …vado quando c’è la luna piena!
– Perfetto. Nelle notti estive di luna piena, come nella notte in cui è morto il podestà, il bravo fungiaro ispeziona i propri posti. Di notte, fra i boschi nessuno può vederlo per caso e per lui è più facile far perdere le tracce, se qualche rivale lo seguisse di proposito. Comunque, saranno in tre o quattro che fanno questo lavoro, a Casalmico.
Nel frattempo, percorrendo un largo sentiero, costeggiato da alberi secolari ed in dolce ascesa, raggiunsero un ampio pianoro, laddove, in mezzo ad un bel campo fiorito, sorgeva la filanda detta degli Ammiccante, dal nome della famiglia che l’aveva costruita, ma che adesso l’aveva data in gestione a gente di Urbinia. Era un edificio in muratura ad un piano, col soffitto alto, ed all’interno c’era la “macchina della lana”, che era il nome con cui la piccola fabbrica era conosciuto. In realtà erano più di una, c’era quella per la cardatura e poi c’era un grande e moderno telaio meccanico, per la tessitura. Tutto il circondario vi portava la lana grezza e l’attività procedeva abbastanza bene. Dava lavoro a una dozzina di persone, per lo più donne e ragazzette, che si dedicavano, queste ultime, ai compiti meno delicati. I maschi erano solo due, i due soci: il meccanico, che era anche falegname, e l’amministratore, che tutti chiamavano Zio Ciccio.
– Buongiorno, capo. Come va l’harem?
– Ma quale harem, se sono tutte mie parenti o figline? Tu, piuttosto, qual buon vento ti porta qua? Forse questa bella arietta che finalmente s’è alzata? Ci voleva proprio un po’ di requie da questa maledetta afa!
– Si, ve la sto portando io questa frescura….
– ….allora vieni più spesso e non solo per questioni di lavoro!
– Cercherò. Vedo che c’è un po’ di movimento: vanno bene gli affari?
– Non ci possiamo lamentare, fino a quando le pecore campano…come dice il nostro proverbio preferito: meglio un giorno di pecore che cento anni di leoni. Hai mai visto qualcuno tosare i leoni? Ma, c’è pure il nipote dello zio parroco, nonché figlio della mia tintora di fiducia: ciao Ludovico, dì a tua madre che la prossima settimana veniamo da voi per farci tingere dei tessuti. Ed ora, brigadiere, se mi dici che sei venuto a fare, vi invito. Facciamo pranzo all’aperto E sei pure fortunato, perché oggi mangiamo pasta piena!
– Grazie, accettiamo. Anzi, l’avevamo previsto, questo invito. Infatti, nel fardello di Ludovico c’è un bel pezzo di formaggio ed una cuccuma di caffè che Donna Nives manda a voi tutti. Per quanto riguarda la tua domanda, invece, ti dirò che sono venuto a parlare con Mastro Nicola, il fabbro, so che oggi dovrebbe essere qui. È arrivato?
– Ancora no. Lui arriva sempre a mezza mattina, deve venire da Scigliano ed il viaggio è lungo. Diciamo che fra un’oretta dovrebbe essere qua. Ma tu prima fallo lavorare, poi, quando si mangia, sarà tutto per te. Scommetto che te l’ha detto don Isidro di Mastro Nicola, vero?
– Proprio così. Fra l’altro don Isidro ci aspetta a Selva dopopranzo.
– Salutatemelo. Ed ora, scusatemi, vado a vedere che succede. Voi fate un po’ quello che volete. Ci vediamo più tardi. E mi raccomando, quando arriva il fabbro, non gli mettere paura: è un tipo che si agita facilmente. Anzi non gli dire niente. Prima gli parlo io.
Così, nell’attesa, il brigadiere si sedette nell’erba, fumandosi la solita Giubak, mentre il suo giovane amico, per passare il tempo, si mise ad aiutare le ragazze che lavoravano lì e a fare quattro chiacchiere con loro, ma in particolare con una, alta e bionda. Una bambina bionda, con degli anellini agli orecchi…come, più o meno, recitava la canzone preferita del suo vecchio tenente, un avvocato di Asti. Si stava bene, c’era quel bel venticello e Nigro decise che non era male assopirsi per un po’: la bellezza del luogo avrebbe tenuto lontano i brutti sogni.

(fine giovedì/2 CONTINUA)

14^ puntata: Giovedì parte 1

Giovedì

La mattina seguente, dopo una notte agitata, Francesco Nigro si destò inquieto. Aveva sognato di lottare con un insetto mostruoso: una sorta di enorme scarafaggio. Nero come la notte, forte e cattivo. Gli era piombato alle spalle, a tradimento, e lo stringeva fra le zampe. Gli sembrava addirittura di sentire il tanfo che proveniva dal corpo peloso dell’insetto, e stava per avere la peggio, quando, con uno sforzo di volontà, disse a se stesso: “apri gli occhi, è solo un sogno”. E così fu. Adesso era sveglio, ma per niente tranquillo, ché credeva nei sogni e nel loro potere premonitorio. Era ancora turbato, quando entrò nell’ufficio di Soldati. C’erano già tutti.
– Buongiorno, brigadiere, ha dormito bene?- fece il Maresciallo – Mmm, non direi…oggi farà ancora più caldo di ieri e il lavoro che ci aspetta non sarà certo di tutto riposo…ma, ragazzi, la sentite anche voi questa puzza? Sembrano uova marce, si deve essere rotta la fogna, qui vicino!
Ecco spiegato il fetore dello scarafaggio, pensò Nigro.
– Allora vediamo il dar da farsi – proseguì Soldati . Ebbene, forse è la prima volta, per molti di voi, che si ha a che fare con un certo tipo di crimine. Negli ultimi anni ci siamo interessati di ladri di galline, di ubriachezza molesta, al più di taglialegna abusivi. A parte i periodici, quasi rituali, arresti dei cosiddetti antifascisti, a proposito: li liberiamo dopodomani, domani pomeriggio ci sono i funerali dei due morti ed è meglio per tutti, soprattutto per loro, che stiano dentro. A parte questo, dicevo, non abbiamo fatto delle grandi operazioni. E per di più questa di cui stiamo parlando non è neanche ufficiale! Cioè, dovremo agire con maggiore circospezione e maggiore astuzia del solito. Innanzitutto la occulteremo con l’affare incendi. Lo sapete, vero, che giornalmente, intorno a Cosenza si sviluppano due o tre roghi di boschi. C’è chi pensa che qualcuno sia doloso e ieri sera è arrivato un fonogramma che ci ordina di vigilare in merito. Come, in sette e con un territorio enorme da controllare, non si sa. Ma noi ne approfitteremo per le nostre cose.
– Scusate, maresciallo, posso interrompervi? – chiese il carabiniere Carlotto, che dopo un cenno di assenso del superiore, proseguì – Voi sapete che sono una persona sincera e per questo, con il dovuto rispetto, devo dire, anche per la stima verso tutti i colleghi, che non siamo poi così sprovveduti, fra di noi c’è gente che di esperienze ne ha fatte e poi…
– Lei non mi ascolta, Carlotto, la scuso perché è prima mattina – lo interruppe Soldati – comunque, preciso: intendo dire che, forse, siamo un po’ arrugginiti. Le sta bene così, o urto ancora la sua sensibilità?
– Si, si, scusatemi, non volevo…
– Bah, proseguiamo. Dicevo di approfittare del momento. Innanzitutto: che possiamo fare? Con la scusa della prevenzione degli incendi, possiamo fare delle lunghe passeggiate in paese, diretti verso i boschi a monte ed a valle. Possiamo guardare, parlare con la gente, ascoltare e soprattutto controllare quello che fanno Brega ed i suoi, almeno di giorno. Anche se lo posso immaginare. Come noi, gireranno per il paese, in più controlleranno sistematicamente le case dei due morti. Perché?, vi chiederete. Perché in una di queste case è celata qualcosa che è la soluzione di tutto. Loro sono avvantaggiati, perché sanno di cosa si tratta, ma non sanno dov’è. Noi, d’altro canto, siamo a zero, ma conto per stasera di saperne di più, grazie a voi. Ora, come ci organizziamo? Vi dividerete in coppie, un giovane ed un “esperto”, per dirla alla Carlotto. Allora, prima squadra Olivieri e Grimaldi: stamattina girerete per la parte bassa del paese: Pedalina, Scalilla eccetera, pomeriggio batterete il Viale, Santa Maria e i canali. Seconda squadra: Lucarelli e Carlotto, stamattina San Pietro, Santo Marco ed il resto della parte alta, pomeriggio Corso Umberto e Corso Silano. Ultima squadra, quelli che restano, Nigro e Filastò: solo che Nigro stamattina va in “missione” ad Urbinia e Filastò mi tiene compagnia, qui in caserma. Tutti qui entro le cinque e mezzo, sei, per fare il punto. Domande?
– E se scopriamo qualcosa o vediamo qualcosa? Dobbiamo intervenire? – chiese Lucarelli.
– Fate in modo di avvertirmi. Se proprio dovete intervenire fatelo con prudenza, se del caso, fate finta di collaborare con i fascisti. Ma non accettate provocazioni da costoro. Parlate degli incendi, fate capire che vi interessano i fuochi. Non ci crederanno, ma almeno salviamo le apparenze. Ah, dimenticavo. Per stasera, dopo che ci saremo incontrati tutti, se tutto va bene ad Urbinia, la terza squadra dovrebbe fare una visita al palazzo Lojodice.
– Maresciallo, scusate – fece Filastò esitante – ma oggi il palazzo è vuoto. Lucia…, voglio dire la cameriera, quella che ci dovrebbe fare entrare, oggi non c’è, pare che sia andata a Cosenza a fare delle commissioni e gli altri domestici sono in libertà. Non possiamo certo scassinare il portone…
– Certo: prudenza ho detto e prudenti saremo! E quando tornerebbe questa ragazza?
– Domani, verso mezzogiorno.
– Va bene lo stesso! – esclamò il maresciallo – Anzi, meglio così. Avremo il tempo di studiare un piano che ci permetta di entrare nel palazzo senza farci vedere dagli uomini di Brega. Ci sto pensando, e pensateci anche voi, brigadiere.
– E’ un bel problema! – fece Nigro.
– Ora tutti al lavoro!

I cinque uscirono, sparpagliandosi in direzioni diverse: Olivieri e Grimaldi scesero per la cavarella verso la stazione e, mentre Nigro prese per il corso, verso la piazza, l’altra coppia salì per la vianova soprana, per intenderci, verso il Convento. C’era ancora pochissima gente in giro e solo quando Francesco, giunto ai Canali si era fermato per fumarsi la prima sigaretta della giornata, finalmente qualcuno gli rivolse la parola.

(fine giovedì/1 CONTINUA)

13^ puntata: Mercoledì parte 6

Mercoledì/6

La sera era fresca e Nigro, dopo una cena frugale, uscì dalla caserma per fare una passeggiata digestiva, disse. In realtà non si allontanò che di pochi passi. Arrivò fino al cinema a fianco. Davano ancora lo stesso film, “vincitore della Coppa Mussolini alla Mostra di Venezia”, si leggeva sul cartellone. In quel momento vide uscire dal locale il capo della banda municipale.
– Buonasera, capobanda – lo apostrofò – sbaglio o la quarta volta che lo vedete? Lo volete imparare a memoria?
– Buonasera, brigadiere. Si, è proprio la quarta volta. Che volete, la storia è bella, ma la musica…. – e si allontanò canticchiando – “casta diva, che inargenti queste sacre antiche piante…..”.
Anche il capobanda era una bella persona. Di professione faceva il ciabattino e pure lui aveva fatto la guerra. La sua passione era la musica e, con l’aiuto di Don Isidro, aveva realizzato il suo sogno: fondare a Casalmico la banda musicale. E i musicanti erano pure bravi: tutti i paesi vicini li chiamavano per suonare alle feste. Francesco ritornò a guardare il cartellone, ma si perse nei suoi pensieri. Era rimasto colpito dalla discussione sul giardino dei sentieri che si biforcano e così si chiese: e se…..?
E se Carmela avesse scelto lui come sposo, invece del fratello? Sarebbe ancora vivo Giuseppe? E Carmela avrebbe avuto una vita migliore? E di lui, Francesco, che ne sarebbe stato? Forse avrebbe lasciato i carabinieri. O forse no. Magari non si sarebbe offerto per certi incarichi. In ogni caso Carmela sarebbe stata ugualmente la donna della sua vita, ma sul sentiero luminoso e non su quello, in ombra, che adesso stava percorrendo. Perché i percorsi si biforcano, rifletté, ma, talvolta, ritornano su se stessi e ti fanno andare verso la stessa meta, anche se attraverso una strada più lunga e più complicata. E più dolorosa. Di certo, sarebbe stato più sereno e non avrebbe avuto certi dubbi e certi pensieri. Ritornò in camerata. Li trovò tutti ancora svegli ed in vena di allegra malinconia. Infatti, ognuno stava raccontando vicende delle proprie parti, della propria gioventù, ma non quelle tristi, quelle divertenti, talora addirittura comiche, il cui ricordo attenua la nostalgia. Carlotto stava narrando della sua adolescenza e della gara della luganega, quando la madre stendeva la polenta sul tavolo di legno. Tutti quanti, lui, il padre e gli altri quattro fratelli, dovevano mangiare il più in fretta possibile la porzione di polenta che si trovavano davanti, fino a raggiungere il premio, che era una salsiccia, posta in mezzo alla distesa gialla. Per lo più, vinceva il padre, che però poi divideva la luganega in sette pezzi, così tutti ne mangiavano un po’. Vivevano dalle parti di Feltre e la linea del fronte passava letteralmente sopra la loro cascina. Ricordava Carlotto che per dieci volte, cinque avanzando, cinque retrocedendo erano passati sul loro podere i nostri fanti ed i nostri bersaglieri, ed altrettante volte gli austriaci ed un paio di volte dovettero sfollare a sud, verso Vicenza. Mio Dio, pensò Nigro. Di nuovo la Grande Guerra. E gli sembrava che, in quel tempo, gli altipiani delle Venezie fossero il crocevia del mondo e che molti degli oscuri protagonisti di allora si fossero dati appuntamento alle pendici dell’altipiano delle Calabrie.

(fine mercoledì/6 CONTINUA- prossimo capitolo: “GIOVEDI’”)

 

12^ puntata: Mercoledì parte 5

Mercoledì/5

Nigrò trovò il maresciallo nel suo ufficio. Fumava il suo solito mezzo toscano, ma, e questo accedeva quando era più malinconico del solito, aveva sulla scrivania una bottiglia piena a metà di un liquido trasparente ed un piccolo bicchiere da liquore.
– Ne vuole un bicchiere? E’ acquavite del Piemonte!
– No, grazie – rifiutò, con la massima cortesia possibile il brigadiere – Ho già esaurito il mio fabbisogno giornaliero di alcool…ho incontrato Botticella da Virginia….
– Peggio per lei, che preferisce la quantità alla qualità. E suppongo che non vorrà nemmeno assaggiare uno di questi buonissimi sigari…
– Suppone bene, lo sapete che non li so fumare. Se permettete mi accendo una delle mie sigarette.
– Una Giubak, vero? Faccia pure.
Dopo un minuto di silenzio, il maresciallo proseguì:
– Le devo raccontare una vicenda…. Erano la fine di ottobre del ’17. In quei giorni avveniva la disfatta di Caporetto. Lei ancora non c’era, là sul fronte, ma certamente le hanno raccontato cosa accadde. Gli austriaci sfondarono. In realtà, forse non sa che tutto il merito fu di un capitano tedesco…ma sto divagando. Comunque tutto il demerito fu della stessa persona che adesso si vanta di avere conquistato Addis Abeba. Un piemontese come me. Del Monferrato, una terra che fa delle acquaviti di ottima qualità, ma non necessariamente dei soldati allo stesso livello. Sto divagando ancora: torniamo a bomba. – finì il bicchierino e proseguì – Insomma, in quel marasma che seguì Caporetto, malgrado il disordine e lo sbandamento o forse proprio grazie alla confusione che si era creata, riuscì a scoprire un ignobile traffico, che si consumava sulla pelle dei poveri fanti. In breve, da un deposito della sussistenza, uno fra i più grandi, le derrate entravano al mattino e ne uscivano di notte. Normale, direbbe lei. Bisogna pur rifornire i reparti! No, non era normale. Perché quelle che venivano depositate il mattino dopo, o qualche giorno dopo, per non dare nell’occhio, era le stesse che sparivano quando si faceva buio. Come minimo l’esercito comprava e ricomprava, per due, tre volte sempre le stesse vettovaglie. Avevo individuato i principali responsabili, i canali di cui si servivano, il modus operandi. Ero un giovane e brillante maresciallo maggiore. Era già in corso l’iter per la promozione a tenente, l’avrei avuta con l’anno nuovo. Forse sarei potuto diventare anche capitano, col successo dell’operazione che avevo in corso. Il più giovane capitano dell’intero Corpo. Ma così non fu. Mi fidai, e l’inchiesta venne insabbiata. Ne sarebbe venuto fuori uno scandalo che sarebbe equivalso, mi dissero, ad una battaglia persa. E le truppe, il loro morale, non ne avevano certo bisogno, in quel momento. Sono ancora maresciallo, uno dei più anziani del Corpo. Ma non è questo che mi ferisce, ancora oggi. Non rimpiango la mancata carriera, ma l’entusiasmo perso, la gioia nel compiere il proprio dovere, che da allora non ho più. Come sigillo a questa vicenda, concludo dicendole che ci fu chi perse molto più di una promozione. Il mio informatore, un graduato della sussistenza, venne fucilato, con l’accusa di viltà e disobbedienza, nel corso delle decimazioni ordinate dai generali, per coprire la loro pochezza ed addossare tutte le colpe della catastrofe alla truppa.
– …mi lasciate frastornato…- quasi balbettò Nigro – non è una bella storia. Ma perché me la raccontate? Forse, credete che possa accadere qualcosa di analogo con la nostra inchiesta?
– No, gliel’ho raccontata perché mi faceva piacere farle conoscere qualcosa che sui libri di storia non c’è scritto, per ora. E poi la storia non si ripete: se si ripete si trasforma in farsa. Una prova? Guardi il nuovo Impero Romano….ma le vicende passate ci possono insegnare qualcosa. L’insegnamento della mia è di non fidarsi. Ed ora basta così veniamo a noi: mi faccia il resoconto della giornata. Se ha incontrato Peppe, forse qualche novità c’è!
Il brigadiere raccontò delle conversazioni con Don Isidro, al convento, e col pittore. Soldati annuiva interessato e pensieroso ed alla fine ricapitolò:
– Allora abbiamo due tracce. La prima è la reale esistenza di questo leggendario passaggio segreto che da Palazzo Lojodice porta al convento. Spiegherebbe tante cose. Oltre ai movimenti di De Nitto, anche l’insuccesso delle perquisizioni di Brega. Se il podestà aveva qualcosa da nascondere, quel varco così ben celato era il posto ideale per farlo. Speriamo di saperne di più domani, da questo famoso fabbro. Seconda cosa, quello che ha visto Peppe. Ammesso e non concesso, che provenisse da un oggetto che l’assassino teneva presso di sé, mentre si era nascosto all’arrivo di Peppe, da dove veniva questa gibigiana?
– La gibi…cosa?
– Il balenio di luce!
– Ah si! Era un corpo lucido, sicuramente metallico. Poteva essere qualsiasi cosa. Direi di cominciare andando per esclusione. Armi da fuoco: no! Le canne sono sempre brunite ed il calcio è di legno. Non mi pare ci siano a Casalmico fucili col calcio di metallo, almeno fra la gente comune.
– Perché dice questo?
– Perché abbiamo stabilito che le due morti i debbono alla stessa mano. E dal, come dite voi, modus operandi, del secondo omicidio, ritengo, come voi d’altronde, che la mano sia quella di uno del popolo. Se era un’arma, era bianca. Un pugnale o un coltello, dalla lama lucida – concluse Nigro -.
– E perché non qualcosa d’altro, di lucido. Qualcosa d’uso comune, che può servire alla bisogna anche da arma.
– Io avevo pensato ad una scure, dalla lama arrotata di recente.
– Concordo, brigadiere. Ma, purtroppo, abbiamo ridotto i probabili colpevoli alla metà della popolazione in età da lavoro di Casalmico, cioè a tutti i maschi! In ogni casa c’è almeno un’accetta.
– Purtroppo, è proprio così!
– Ora le auguro buona notte, vada pure a riposare. L’aspetto, domani mattina, lei e tutti gli altri, nel mio ufficio, alle otto. Dobbiamo organizzare il lavoro per i prossimi giorni. E non saranno giorni facili.

(fine mercoledì/5 CONTINUA)

11^ puntata: Mercoledì parte 4

Mercoledì/4

Il brigadiere fece un breve resoconto degli avvenimenti della mattinata, sforzandosi di ripetere per filo e per segno le parole di Mitraglia. Don Isidro, alla fine, ebbe un sorriso di soddisfazione, come se una sua previsione si fosse avverata.
– Si, Francesco. Quello che mi dici mi conferma che se l’aspettassero l’omicidio di Taranto. Si, se l’aspettavano, ma non così presto. Ma hanno sottovalutato l’abilità ed il coraggio dell’assassino. Credevano che bastassero quei due di guardia e un paio di ronde di notte per il paese…
– Ronde? Non ce ne siamo accorti! Nemmeno Soldati ne è a conoscenza.
– Si, si. Almeno due. Me l’hanno riferito dei miei parrocchiani. Ed anzi, ieri sera le ho viste pure io, che si incontravano sulla piazzetta. Ed ora mettiamo da parte questi discorsi che vi faccio visitare tutto il convento e, visto che ci siamo, ve ne racconto la storia. Dunque: San Francesco, invocato dai nostri compaesani d’allora, venne a Casalmico nel 1453……

– ….ecco, ti ho fatto vedere tutto. Ora chiudo a chiave il portone e poi scendiamo in paese. Fra un paio d’ore, prima del tramonto, verrà Ciccio, per passarci la notte.
I tre presero la scalinata del convento, stavolta, per la loro gioia, in discesa e, giunti davanti alla chiesa di San Pietro, percorsero la vianova soprana, la stretta strada carrabile che avvolgeva la parte superiore del paese, incassata fra due file quasi non interrotte di case e a quell’ora animata dai ragazzi e dai loro giochi. Francesco individuò quelli che si giocavano anche dalle sue parti, ma che qui si chiamavano in modo diverso. Capì che quelli che saltavano con una gamba sola dentro un rettangolo disegnato per terra stavano giocando alla settimana, altri con delle mazze di legno in mano alla vuscia, delle bambine alle petrille. La vuscia, o stirillu che sia, era un gioco che lui odiava, perché quando era piccolo non aveva mai ben capito le regole, che trovava troppo complicate. A lui piaceva divertirsi con le trottole, quelle fatte di legno e con un laccio, spesso una corda grezza, per lanciarle, sicché si intenerì nel vedere l’abilità di un ragazzino minuto, con i capelli rasati a zero e dagli occhi vispi, che lanciava il suo strumento con grande maestria, poi la prendeva con due dita e la faceva roteare sul palmo della mano. Si complimentò con lui, e questo si schermì dicendo che tutto il merito era del laccio, che era di lana e che se lo era procurato alla macchina della lana di Urbinia.
– Vedi, Normandia, una ragione di più per andarci, domani – fece Don Isidro.
Nel frattempo dopo aver lasciato la vianova e gironzolato, per almeno un’altra ora, per diversi vicoli e vicoletti, per colpa di Don Isidro, che doveva salutare o visitare un sacco di persone, finalmente arrivarono alla rampa di scale in cima alle quali si poteva vedere la casa dei Parodi ed il brigadiere fece notare che c’era una luce accesa in soffitta.
– Certamente una mia sorella è andata dai colombi, non credo che l’abbiano dimenticata accesa – fece il prete, che giunto alla porta, bussò più volte vigorosamente. – Vuoi salire un po’, chiese al carabiniere.
– No, grazie, mi faccio un giro in piazza. Noi ci vediamo domani alla Pieve, verrò con Ludovico.
– Mi farò trovare pronto – confermò il ragazzo.

– Peggio, scala, pariglia, né primera, né frusciu cunte!
In piedi accanto al tavolo in fondo della cantina di Virginia, quello più grande e più vecchio, Peppe Menzulitru, il fungiaro, aveva declamato queste parole, le ultime in coro con tutti gli altri giocatori, che evidentemente conoscevano la tiritera. La conosceva anche Nigro: si trattava del “patto”, cioè del gioco, fatto, per lo più, con le carte napoletane, che serviva a definire i ruoli di “padrone” e di “sotto”, in un crudele rituale da taverna, detto “passatella”, nel quale ad arbitrio di quelle due figure si stabiliva chi potesse o non potesse bere il vino in palio nel giro. In genere si usavano bicchieri rigorosamente da un ottavo, che si riempivano da una mezzo litro, per l’appunto, eventualmente, mischiando con una gassosa. Per cui capitava che, a seguito di intricate alleanze e perfide congiure, un avventore restasse a secco, “all’ombra”, oppure fosse costretto a bere tutto, per più giri, fino ad ubriacarsi o, peggio, ad avere gravi, ma non irreparabili, problemi gastrici, la cui testimonianza poteva rinvenirsi sulla strada, appena fuori dalla cantina. Dopo aver, ovviamente, declinato il pericoloso invito di Peppe a partecipare al gioco ed aver rispettosamente atteso la fine del giro, lo prese e si appartò con lui in un angolo. Peppe, oltre ad essere, come da tutti riconosciuto, il miglior raccoglitore di funghi di Casalmico e, quindi, di tutta la Presila, come si vantava lui, era anche uno il più anziano imbianchino (in dialetto: “pittore”) del paese e, per questa attività, Don Isidro e Soldati lo chiamavano “Botticella”.
– Senti: le cose che puoi aver detto alle Camicie Nere credo di saperle tutte e non te le chiedo di nuovo. Quello che ti domando è di chiudere gli occhi e fare mente locale su dei particolari che erano intorno alla scena che hai visto
– Beh, mi pare di aver detto tutto…
– Dai, fai uno sforzo: comincia a descrivere la scena. E non preoccuparti che non voglio conoscere i tuoi posti segreti!
– Va bene. C’è una radura. Abbastanza grande, erbosa. La conosciamo in tanti, anche perché là vicino c’è una sorgente, la chiamiamo la fontana della sosta. In fondo, a mano destra, il terreno sale e con un tornante, dolce ed ampio, si arriva ad uno spiazzo che la sovrasta, il cui orlo è quasi picco sul prato. Il dislivello sarà di cinque, sei metri.
– Quindi se uno precipita, può farsi male.
– Può farsi molto male. Anche perché proprio vicinissime alla parete ci sono dei cantamuni: quattro grosse pietre che vengono usate come sedili dalle persone, come noi fungiari, che sostano nella radura. Perché il posto è buono: c’è l’acqua e poi c’è quel muro naturale che ripara dal sole, fa ombra, perché all’ora di pranzo, verso mezzogiorno insomma, il sole è proprio lì dietro.
– E senti, il cadavere, dove l’hai trovato?
– Proprio vicino alle pietre. Penso che vi abbia sbattuto la testa.
– Allora tu sei arrivato, hai visto il corpo, e poi?
– Mi sono allarmato e cautamente, ma di buon passo mi sono avvicinato. Ho sentito un rumore. Proveniva da destra, era vicino ma non vicinissimo. Ho guardato in quella direzione e….- esitò Peppe, mentre il suo naso diventava più rosso del solito.
– E cosa?
– Avete ragione, brigadiè! Ho visto veramente qualcosa e solo ora la inquadro. Ho visto un luccichio! Come vi posso spiegare? Avete presente il gioco che si fa con uno specchietto e si deviano i raggi del sole? Era in quel modo! Poi ho guardato il corpo, ho capito che era il podestà, e quando ho riguardato dove c’era il bagliore, ebbene, adesso mi ricordo nettamente che non c’era più alcuna luce. Poi sono corso verso il paese per avvertire voi carabinieri. Questo è tutto.
– Senti, ora che hai cominciato a ricordare, che poteva essere quella luce?
– ….Un pezzo di specchio, oppure….
– Un pezzo di metallo molto lucido?
– Si! Ma può darsi pure che mi ero spostato ed avevo cambiato angolo.
– E dimmi, più o meno, che ora era?
– Appena dopo l’alba. Il sole era uscito, ma era ancora molto basso.
– Grazie, Peppe, sei stato molto utile. Se vuoi, quello che hai detto a me lo puoi ripetere anche alle camicie nere.
– No, non ci voglio avere più niente a che fare. Ma ora, accettate qualcosa, che chiamo subito la padrona per ordinare.
– No, come se avessi accettato. Anzi no. Un bicchiere, ma di quello buono me lo bevo.
– …con un pezzetto di formaggio, di quello coi vermi?
– Vada anche per il formaggio!

(fine mercoledì/4 CONTINUA)