Il convento di san Francesco di Paola sorge a monte dell’abitato di Casalmico. Dalle ultime case, per raggiungerlo, bisogna percorrere la solita scalinata, stavolta assai lunga ed erta e tale da tagliare fiato e gambe anche ad un allenato camminatore qual era il brigadiere.
– Dai Normandia, qualche passo e sei arrivato. Ecco, siediti un po’ con noi sul muretto.
La calda voce di don Isidro lo accolse. Con lui ad aspettarlo c’era anche Ludovico, il nipote più grande, che era appena tornato dal collegio.
– Certo, Padre, che è una penitenza salire fin quassù – disse Nigro, dopo aver rifiatato.
– Bevi alla fontanella e poi vieni con me, che ti faccio vedere delle cose.
– Zio, Francesco, guardate laggiù a destra di Cosenza. Un altro incendio.
– E’ il secondo che vediamo oggi – osservò don Isidro.
– Già – riprese Francesco – è periodo. Sta facendo troppo caldo e piove poco. E’ tutto seccato e basta niente che i boschi piglino fuoco. Solo che adesso la situazione è critica, ce ne sono troppi ed è difficile domarli e controllarli.
– Forse c’è chi ama i fuochi….e comunque non sono le uniche scelleratezze che, negli ultimi tempi, avvengono con troppa frequenza – concluse il parroco che a questo punto condusse i due sotto i colonnati del chiostro.
C’era una bella frescura, li fece sedere e prese a parlare.
– Se penso a com’era tutto questo solo quindici anni fa! Era tutto in rovina, abbandonato, ma, con l’aiuto della gente di Casalmico, l’abbiamo tirato su e siamo riusciti pure a fare l’orfanotrofio. Ora non c’è nessuno, ché sono tutti alle colonie ed io ne approfitto per fare qualche lavoretto. Ora stiamo trasformando quel vano in bibliotechina. I libri sono in questo scatolone. Oh, vedete questo in cima lo conoscete tutti e due: è Pinocchio. Ma avete mai pensato a cosa sarebbe accaduto se mastro Ciliegia non avesse dato quel pezzo di legno a Geppetto, ma, che so, lo avesse usato per accendere il fuoco? Pinocchio non sarebbe mai “nato”, la fata dai capelli turchini sarebbe stata disoccupata, Geppetto certamente avrebbe avuto una vecchiaia più triste. Ma credo che il Gatto e la Volpe avrebbero trovato qualche altro ingenuo da imbrogliare e che Lucignolo sarebbe finito ugualmente nel Paese dei Balocchi, con tutto quel che segue. In altre parole, ogni situazione ha dei possibili sbocchi, delle alternative, spesso più di due, che portano ad altre situazioni, con altri sbocchi e così via.
– Potrebbero esserci infinite storie di Pinocchio – notò Nigro, niente affatto sorpreso dall’apparente divagare del prete.
– Bravo, Francesco! E così per tutti i libri scritti e non scritti. Ricordo che questa idea venne a Giorgino, ricordi? il ragazzo del quale ero precettore a Buenos Aires, quand’ero giovane. La chiamava la “Biblioteca di Babele”. Giorgino era un ragazzo troppo colto e troppo intelligente, mi piaceva discutere con lui. Non è che potessi insegnarli granché, potevo solo stimolare la sua mente. Purtroppo, l’argomento di qualcuna di quelle discussioni giunse agli orecchi del mio vescovo, che le trovò se non blasfeme, quantomeno non del tutto fedeli alla dottrine e mi spedì lontano, per fortuna, qui in Italia. In verità ero già da tempo malvisto per certe mie posizioni poco ortodosse e la mia fama di cattivo maestro fu solo una scusa per il mio esilio. Ricordo che mi disse: “Parodi, ne ho sentite tante su di lei, ma ora la misura è colma! Lei è buono solo a traviare la gioventù ed a inventare empie astrusità come questo Vangelo secondo Giuda. Dalla Santa Sede mi hanno chiesto di segnalare un mio sacerdote per partecipare ad un lungo seminario di Teologia, che si svolgerà a Roma, in Vaticano. Io ho fatto il suo nome. Partirà fra tre giorni. Per i dettagli parli col mio segretario. E’ tutto.” Ma ora basta parlare del passato. Torniamo a noi. Cosa stavamo dicendo?
– Parlavamo di bivi ed alternative – disse Francesco.
– Già! Di quel giardino dai sentieri che si biforcano, che, poi, è la vita. Ecco ti ho fatto salire fin quassù per farti vedere una cosa, per gettare una fievole luce su uno di questi oscuri bivi. Come sai, questo convento è stato edificato dallo stesso San Francesco, che ha vissuto a lungo qui a Casalmico. Questo porticato era ricco di affreschi sulla sua vita e sulle sue opere. Se ne è salvato solo qualcuno. Uno di questi è qui alla mia destra. E’ il miracolo della “vena d’acqua”. Lasciamo perdere il quadro, guarda l’iscrizione in basso, è ancora leggibile.
– “Un giorno gli operai, che travagliavano dintorno alla fornace, di sete languivano. Uno d’essi pregò in cuor suo il Santo Francesco, ché li aiutasse. D’improvviso apparso, il Santo Frate ordinò a quell’operajo di scavare colla zappa. Ubbidì e con due sole zappate sviscerando la terra, fece sorgere una vena di acqua freschissima, restando immoto, fissamente mirandola, mentre gli altri si affollarono a bere. Indi gittatisi colle ginocchia a terra, resero al Santo le dovute grazie.”
– E grazie a te, Francesco, che hai decifrato e letto così bene la scritta. Per inciso, questo miracolo è avvenuto proprio qui e la fontanella a cui hai bevuto poco fa dovrebbe essere quella dell’affresco. In realtà i fatti straordinari sono due. Uno è quello della sorgente, spiegabile, ma guardando la cosa con razionalità rischiamo di far diventare San Francesco solo un abile rabdomante, per cui lasciamo stare, se no stavolta chi sa dove mi mandano. Quello che interessa noi, invece, è la sua apparizione. Improvvisa, agli occhi degli operai. Come improvvisa, sempre qui vicino, è stata l’apparizione di De Nitto, la famosa notte, agli occhi di Ciccio, il sacrestano.
– Volete dire che…San Francesco e De Nitto hanno usato lo stesso…trucco?
– Bravo brigadiere. Penso che abbiano fatto le stessa strada. Devi sapere che San Francesco era spesso ospite dei Lojodice e nulla ci vieta di credere che il leggendario passaggio segreto fra il palazzo ed il convento esista davvero. Ed io credo di sapere il modo per verificare questa nostra tesi. Tu sai che quasi ogni mattina vado alla parrocchia della Pieve di Selva, quel pugno di case sotto Urbinia, e che ormai conosco tutti sia alla Selva, che ad Urbinia. Ora ho saputo che proprio domani mattina un artigiano che ha lavorato qualche anno fa al palazzo Lojodice sarà ad Urbinia. Ci va una volta ogni tanto per la manutenzione straordinaria dei telai della filanda degli Ammiccante, quella che chiamano “la macchina della lana”. Mastro Nicola lo Sciglianise, in realtà è un artista. E’ fabbro e meccanico di prim’ordine. Specializzato in serrature e meccanismi ed io credo che è a questo genere di cose che De Nitto l’abbia fatto lavorare. Non sarebbe male andare ad Urbinia, domani mattina.
– Si, ci sarò! E quasi quasi se ci vuole venire, mi porto Ludovico vostro. Ho una mezza idea di che discorso fare per convincere questo maestro a dirmi quello che sa.
– Dio voglia che quello che riesci a sapere riesca a spezzare questa catena di delitti. Perché non è finita qui: l’assassino sembra troppo determinato e si saranno altri morti ancora, se non lo blocchiamo.
Don Isidro si fermò un attimo, come se inseguisse un lontano ricordo, sorrise e poi riprese:
– Dimenticavo: quando domani sarai col fabbro, ricordati di infilare Brega nel discorso…non ti dico di più. Ed ora parla tu, Francesco, raccontami di stamattina e della tua lite con quello là, mi interessa sapere come si comporta e cosa dice. Lo conosco: è uno che si crede furbo e per questo è molto pericoloso.
– Vedo che già si sa quasi tutto…
– Non ti scordare che Casalmico è un piccolo paese!
– Bene, e tu, Ludovico, resta pure. Sei grande abbastanza per ascoltare.
(fine mercoledì/3 CONTINUA)