10^ puntata: Mercoledì parte 3

Mercoledì/3

Il convento di san Francesco di Paola sorge a monte dell’abitato di Casalmico. Dalle ultime case, per raggiungerlo, bisogna percorrere la solita scalinata, stavolta assai lunga ed erta e tale da tagliare fiato e gambe anche ad un allenato camminatore qual era il brigadiere.
– Dai Normandia, qualche passo e sei arrivato. Ecco, siediti un po’ con noi sul muretto.
La calda voce di don Isidro lo accolse. Con lui ad aspettarlo c’era anche Ludovico, il nipote più grande, che era appena tornato dal collegio.
– Certo, Padre, che è una penitenza salire fin quassù – disse Nigro, dopo aver rifiatato.
– Bevi alla fontanella e poi vieni con me, che ti faccio vedere delle cose.
– Zio, Francesco, guardate laggiù a destra di Cosenza. Un altro incendio.
– E’ il secondo che vediamo oggi – osservò don Isidro.
– Già – riprese Francesco – è periodo. Sta facendo troppo caldo e piove poco. E’ tutto seccato e basta niente che i boschi piglino fuoco. Solo che adesso la situazione è critica, ce ne sono troppi ed è difficile domarli e controllarli.
– Forse c’è chi ama i fuochi….e comunque non sono le uniche scelleratezze che, negli ultimi tempi, avvengono con troppa frequenza – concluse il parroco che a questo punto condusse i due sotto i colonnati del chiostro.
C’era una bella frescura, li fece sedere e prese a parlare.
– Se penso a com’era tutto questo solo quindici anni fa! Era tutto in rovina, abbandonato, ma, con l’aiuto della gente di Casalmico, l’abbiamo tirato su e siamo riusciti pure a fare l’orfanotrofio. Ora non c’è nessuno, ché sono tutti alle colonie ed io ne approfitto per fare qualche lavoretto. Ora stiamo trasformando quel vano in bibliotechina. I libri sono in questo scatolone. Oh, vedete questo in cima lo conoscete tutti e due: è Pinocchio. Ma avete mai pensato a cosa sarebbe accaduto se mastro Ciliegia non avesse dato quel pezzo di legno a Geppetto, ma, che so, lo avesse usato per accendere il fuoco? Pinocchio non sarebbe mai “nato”, la fata dai capelli turchini sarebbe stata disoccupata, Geppetto certamente avrebbe avuto una vecchiaia più triste. Ma credo che il Gatto e la Volpe avrebbero trovato qualche altro ingenuo da imbrogliare e che Lucignolo sarebbe finito ugualmente nel Paese dei Balocchi, con tutto quel che segue. In altre parole, ogni situazione ha dei possibili sbocchi, delle alternative, spesso più di due, che portano ad altre situazioni, con altri sbocchi e così via.
– Potrebbero esserci infinite storie di Pinocchio – notò Nigro, niente affatto sorpreso dall’apparente divagare del prete.
– Bravo, Francesco! E così per tutti i libri scritti e non scritti. Ricordo che questa idea venne a Giorgino, ricordi? il ragazzo del quale ero precettore a Buenos Aires, quand’ero giovane. La chiamava la “Biblioteca di Babele”. Giorgino era un ragazzo troppo colto e troppo intelligente, mi piaceva discutere con lui. Non è che potessi insegnarli granché, potevo solo stimolare la sua mente. Purtroppo, l’argomento di qualcuna di quelle discussioni giunse agli orecchi del mio vescovo, che le trovò se non blasfeme, quantomeno non del tutto fedeli alla dottrine e mi spedì lontano, per fortuna, qui in Italia. In verità ero già da tempo malvisto per certe mie posizioni poco ortodosse e la mia fama di cattivo maestro fu solo una scusa per il mio esilio. Ricordo che mi disse: “Parodi, ne ho sentite tante su di lei, ma ora la misura è colma! Lei è buono solo a traviare la gioventù ed a inventare empie astrusità come questo Vangelo secondo Giuda. Dalla Santa Sede mi hanno chiesto di segnalare un mio sacerdote per partecipare ad un lungo seminario di Teologia, che si svolgerà a Roma, in Vaticano. Io ho fatto il suo nome. Partirà fra tre giorni. Per i dettagli parli col mio segretario. E’ tutto.” Ma ora basta parlare del passato. Torniamo a noi. Cosa stavamo dicendo?
– Parlavamo di bivi ed alternative – disse Francesco.
– Già! Di quel giardino dai sentieri che si biforcano, che, poi, è la vita. Ecco ti ho fatto salire fin quassù per farti vedere una cosa, per gettare una fievole luce su uno di questi oscuri bivi. Come sai, questo convento è stato edificato dallo stesso San Francesco, che ha vissuto a lungo qui a Casalmico. Questo porticato era ricco di affreschi sulla sua vita e sulle sue opere. Se ne è salvato solo qualcuno. Uno di questi è qui alla mia destra. E’ il miracolo della “vena d’acqua”. Lasciamo perdere il quadro, guarda l’iscrizione in basso, è ancora leggibile.

“Un giorno gli operai, che travagliavano dintorno alla fornace, di sete languivano. Uno d’essi pregò in cuor suo il Santo Francesco, ché li aiutasse. D’improvviso apparso, il Santo Frate ordinò a quell’operajo di scavare colla zappa. Ubbidì e con due sole zappate sviscerando la terra, fece sorgere una vena di acqua freschissima, restando immoto, fissamente mirandola, mentre gli altri si affollarono a bere. Indi gittatisi colle ginocchia a terra, resero al Santo le dovute grazie.”

– E grazie a te, Francesco, che hai decifrato e letto così bene la scritta. Per inciso, questo miracolo è avvenuto proprio qui e la fontanella a cui hai bevuto poco fa dovrebbe essere quella dell’affresco. In realtà i fatti straordinari sono due. Uno è quello della sorgente, spiegabile, ma guardando la cosa con razionalità rischiamo di far diventare San Francesco solo un abile rabdomante, per cui lasciamo stare, se no stavolta chi sa dove mi mandano. Quello che interessa noi, invece, è la sua apparizione. Improvvisa, agli occhi degli operai. Come improvvisa, sempre qui vicino, è stata l’apparizione di De Nitto, la famosa notte, agli occhi di Ciccio, il sacrestano.
– Volete dire che…San Francesco e De Nitto hanno usato lo stesso…trucco?
– Bravo brigadiere. Penso che abbiano fatto le stessa strada. Devi sapere che San Francesco era spesso ospite dei Lojodice e nulla ci vieta di credere che il leggendario passaggio segreto fra il palazzo ed il convento esista davvero. Ed io credo di sapere il modo per verificare questa nostra tesi. Tu sai che quasi ogni mattina vado alla parrocchia della Pieve di Selva, quel pugno di case sotto Urbinia, e che ormai conosco tutti sia alla Selva, che ad Urbinia. Ora ho saputo che proprio domani mattina un artigiano che ha lavorato qualche anno fa al palazzo Lojodice sarà ad Urbinia. Ci va una volta ogni tanto per la manutenzione straordinaria dei telai della filanda degli Ammiccante, quella che chiamano “la macchina della lana”. Mastro Nicola lo Sciglianise, in realtà è un artista. E’ fabbro e meccanico di prim’ordine. Specializzato in serrature e meccanismi ed io credo che è a questo genere di cose che De Nitto l’abbia fatto lavorare. Non sarebbe male andare ad Urbinia, domani mattina.
– Si, ci sarò! E quasi quasi se ci vuole venire, mi porto Ludovico vostro. Ho una mezza idea di che discorso fare per convincere questo maestro a dirmi quello che sa.
– Dio voglia che quello che riesci a sapere riesca a spezzare questa catena di delitti. Perché non è finita qui: l’assassino sembra troppo determinato e si saranno altri morti ancora, se non lo blocchiamo.
Don Isidro si fermò un attimo, come se inseguisse un lontano ricordo, sorrise e poi riprese:
– Dimenticavo: quando domani sarai col fabbro, ricordati di infilare Brega nel discorso…non ti dico di più. Ed ora parla tu, Francesco, raccontami di stamattina e della tua lite con quello là, mi interessa sapere come si comporta e cosa dice. Lo conosco: è uno che si crede furbo e per questo è molto pericoloso.
– Vedo che già si sa quasi tutto…
– Non ti scordare che Casalmico è un piccolo paese!
– Bene, e tu, Ludovico, resta pure. Sei grande abbastanza per ascoltare.

(fine mercoledì/3 CONTINUA)

9^ puntata: Mercoledì parte 2

Mercoledì/2

– Che ci fa questo qui , qua dentro? Chi ti ha fatto entrare? Esci fuori subito, maledetto intruso!
– Brega, immagino, fece il brigadiere. Sono qui a piantonare il luogo del delitto, in attesa del mio superiore, il maresciallo Soldati. Vi prego di uscire, voi e i vostri uomini.
– Se no? Questa, se non l’hai capito è faccenda nostra. Poco tempo fa, solo per aver osato parlare t’avrei ucciso con le mie mani. Adesso, giacché rispetto le leggi, dovrò dare questo piacere ai miei uomini, se non alzi il culo subito.
– Non fare il gradasso, Mitraglia.
– Conto fino a tre, poi ti faccio sparare e dico che sei stato tu a strangolare il Segretario, anzi no: che sei un complice e stavi approfittando della divisa per nascondere le prove. Allora: uno….
– Buongiorno capomanipolo Brega, ci sono anch’io: poi, che fa? Uccide anche me?
Soldati era apparso dietro i quattro fascisti. Brega si calmò, borbottò anche lui “buongiorno”, ma non mancò di apostrofare Nigro:
– Stavolta l’hai scampata. Non mi piaci affatto, brigadiere, e chi non mi piace deve stare molto attento.
– A vostra disposizione, quando volete.
– Comunque, vi dico, che fra pochi minuti arriverà il fonogramma che vi esonera, a voi carabinieri, di mettere il naso in questo vicenda. Fra pochi minuti.
– Ci bastano, osservò Soldati.
Brega lo guardò e poi esclamò, minaccioso:
– Vedo che vi piace fare il maresciallo. Non temete lo sarete ancora per un bel po’!
Effettivamente, dopo non più di dieci minuti, Lucarelli recò l’atteso ordine del Comando di Cosenza che affidava alle Camicie Nere l’indagine ed invitava Soldati ed i suoi uomini alla massima collaborazione, se richiesta, ed a non prendere iniziative. Soldati ed i suoi uscirono, ma malgrado il poco tempo a disposizione erano convinti di aver visto tutto quello che c’era da vedere. La dinamica era semplice, riepilogò Soldati in caserma, dove aveva riunito tutti: l’assassino, che sapeva che Taranto era solo in casa, ma lo sapeva quasi tutto il paese, con un tragitto da equilibrista, difficile da percorrere, ma non impossibile da fare, era entrato e lo aveva ucciso, non per incidente, come poteva essere il caso di De Nitto, ma con fredda determinazione. La mano però era la stessa: doveva trattarsi di una persona che agiva da sola, agile e forte e che sapeva come muoversi nel labirinto del Viale. Uno che abitava lì o che vi aveva abitato: comunque uno di Casalmico. Quanto al movente, era la vera chiave della soluzione.

– Sicché hanno fatto fuori anche quel trombone del Segretario delle cimici. Bene. E due.
– Non parlare così , ti sapevo più umano!, – fece Nigro all’altro, che era seduto sul pagliericcio della guardina della Caserma.
– Umanamente, mi dispiace: era un padre di famiglia. Ma politicamente….
Chi parlava così era Gino Catalano, detto Matteotti, uno dei tre o quattro antifascisti dichiarati di Casalmico, che almeno una volta al mese, in occasione di ogni celebrazione delle glorie fasciste, per sicurezza, venivano presi e passavano qualche notte al fresco, ospiti dei Carabinieri. Gino, che era socialista, era il più pericoloso: era l’unico che sapesse scrivere con bella grafia, non solo con la penna, ma anche col pennello. Sue erano tutte le scritte apparse sui muri di Casalmico e subito cancellate da quelli della Milizia, non sempre con cura. Qua e là si leggeva ancora “VIVA LA RIVO” oppure “VIVA L’INTER”, che naturalmente non inneggiava a quella squadra di calcio che adesso, però, si chiamava in un altro modo.
La scritta più curiosa era apparsa nei bagni pubblici e per qualche giorno vi aveva resistito. Diceva: “qui l’ho fatta e qui la lascio, metà al Duce e metà al Fascio”. Quella volta Gino non fu rinchiuso in guardina, ma venne portato a Cosenza e tornò dopo dieci giorni. Aveva due costole rotte e la testa spaccata e da allora prese a zoppicare. Disse che, in certi momenti, aveva temuto di fare la fine di quello di cui portava il soprannome.
– ….ma politicamente, sono contento, perché non sono avversari, non sono popolari o liberali. Sono nemici. Nemici della democrazia, nemici del popolo. Amici dei ricchi e dei latifondisti. Banditi e criminali, come quel Mitraglia. E li hanno uccisi perché sono marci, tutto il regime è marcio, è un colosso dai piedi di argilla e presto anche loro lo capiranno. Non c’entra la politica: li hanno scannati per i loro traffici.
– Basta così, Gino. Ti sono amico, ma non posso permetterti di parlare ancora di queste cose.
– Va bene. Capisco. Sei la legge, ma lo sai che non sono tutti come te. Beh, ora ti faccio ridere. La sai l’ultima sul duce?. Allora: ci sono Mussolini e Roosvelt che discutono di libertà e di democrazia…….

Quando uscì dalla cella ancora sogghignava, indubbiamente Catalano sapeva mettere di buon umore. Soldati lo sapeva e non si stupì del suo persistente sorriso.
– Nigro, ci siamo messi in un vicolo cieco. Ed abbiamo anche le mani legate, ora che il paese è pieno di squadracce, oltretutto agli ordini di Brega. Eppure, ho una sensazione. Indubbiamente le due morti sono collegate. I due defunti hanno chiaramente in comune il fatto di essere i potenti del paese. Ma De Nitto stava per diventare cognato dei Dieni di Cosenza, e poi in giro c’è per l’appunto Brega, il tirapiedi di Rossi, il ministro ai Lavori Pubblici. E Francesco Dieni ha un impero di cantieri. Praticamente controlla tutti quelli di Cosenza e dei dintorni. Tutti questi personaggi erano al Borgo. Quando sono morte quelle ragazze, non si festeggiava l’estate, era questa cricca che stava festeggiando qualcosa. Per saperlo, dobbiamo usare vie traverse. Forse un nostro amico ne può sapere più di noi, se fa qualche domanda dove noi non possiamo. A Cosenza, per esempio.
– Si, ci avevo già pensato, anzi oggi pomeriggio mi devo incontrare proprio con il nostro “collaboratore”. Ma ditemi, Maresciallo, siete sempre deciso ad andare fino in fondo?
– Ora più che mai, caro Brigadiere. Ora più che mai. Ed ora, se vuole può andare in refettorio. Mi sembra che Carlotto abbia preparato una buonissima pasta e patate.

(fine mercoledì/2 CONTINUA)

 

8^ puntata: Mercoledì parte 1

Mercoledì

Sta jennu alla fera ‘e Muccune?
…Patate, fungi, piparielli e granu…..
parrece ‘e mie a una chi sta lla:
na vota era a zita mia.

Ricece ‘e me fare nu cammise ‘e linu
…Patate, fungi, piparielli e granu…..
senza grupi e senza cusiture:
ccussì torna rivente a zita mia.

Ricece ‘e me trovare nu mors’e terra
…Patate, fungi, piparielli e granu…..
addue l’acqua ‘e la jimara s’acquete:
ccussì torna rivente a zita mia.

Ricece ‘e lu metere cu na favuce ‘e cuoriju
…Patate, fungi, piparielli e granu…..
eppue e cogliere a mazzi tutte e frasche:
ccussì torna rivente a zita mia.

Sta jennu alla fera ‘e Muccune?
…Patate, fungi, piparielli e granu…..
parrece ‘e mie a una chi sta lla:
na vota era a zita mia.

(Stai andando alla fiera di Muccone? / patate, funghi, peperoncini e grano / parla di me ad una che lì abita: un tempo era la mia fidanzata /// dille di fare per me una camicia di lino / patate,… / senza buchi, né lavoro d’ago: / così di nuovo sarà la mia fidanzata /// dille di trovarmi un pezzo di terra / patate,… / dove l’acqua del torrente si calma: / così di nuovo sarà la mia fidanzata /// dille di mieterlo con un falcetto di cuoio/ patate,…/ e di raccogliere tutto in fascine: / così di nuovo sarà la mia fidanzata /// stai andando….).

Raccontano gli anziani che al tempo in cui soldati dalle sgargianti divise guerreggiavano al suono di pifferi e tamburi, un militare venne trovato morto sotto un faggio. La testa un po’ reclinata, la schiena appoggiata al tronco, sembrava dormisse all’ombra dell’albero, che da allora fu detto il “Fago del Soldato”, così come tutta la zona intorno. Narra poi la leggenda che lo spirito del soldato continuasse a vagare per quei boschi e che a chiunque incontrasse rivolgesse una mesta preghiera: di ricordarlo al suo unico e vero amore. La leggenda diventò anche un canto ed era quello che due carabinieri in quella mattina stavano ascoltando, mentre passavano davanti alla chiesa di San Biagio, diretti ai Canali.
– Bella voce, eh!, non capisco tutte le parole, ma è proprio una bella voce e pure la canzone è bella.
– Si, Filastò, le donne della Pedalina la cantano sempre quando vengono a lavare i panni alla fontana del Frisule, qui sotto. Somiglia ai canti delle contadine della mia terra.
Arrivarono sulla piazzetta. Francesco si accese una Giubak e tutti e due si misero a guardare il panorama. Filastò sembrava guardare oltre le montagne, come a immaginare il mare. D’un tratto ruppe il silenzio:
– Brigadiè, voi siete begli anni che fate il carabiniere…
– Diciassette e qualche mese…
– …e vi piace, siete contento?
– Per forza, è il nostro mestiere e quando si fa un mestiere, qualunque sia, bisogna un po’ amarlo, se no impazzisci: tutto sommato in questi anni ho girato tanto, ho conosciuto tanta gente. Sono stato anche in Sicilia.
– E a Catania ci siete stato?
– Poco, solo di passaggio, purtroppo ho vissuto in posti non tanto belli e, a dire il vero, non ho avuto a che fare con bella gente. Ma nemmeno noi ci siamo comportati da gentiluomini. Ecco, spesso, in quel periodo non mi piaceva fare il carabiniere, poi è finita, sono venuto qui. Mi ci trovo bene, ho tanti amici, la gente mi vuole bene e sono abbastanza vicino alla mia famiglia.
– Questo vi volevo dire: che sembra che i capi studino come tenerti lontano dai tuoi! Ho anche letto che se uno si fa zito lo spostano.
– E’ il regolamento, bisogna rispettarlo, essere pazienti e poi il tempo passa e tutto si sistema. Ma ora, andiamo a bere ai Canali: ti cedo il canale di mezzo, dove c’è l’acqua più buona.
Chiara, fresca e dolce era l’acqua delle fontane, i tre canali che d’estate diventavano quattro e i due si stavano ristorando, quando Filastò si girò messo in allerta dal rumore di passi veloci e pesanti.
– Brigadiè, perché scappa quello?
– Ma è uno di quelli che stavano di guardia alla casa di Taranto e sta venendo da là. Deve essere successa qualcosa. Corri subito ad avvertire il maresciallo, io vado sul posto, prima che arrivino le camicie nere.

Nigro si fiondò nel Viale: sulla porta, aperta, di casa Taranto c’era l’altra camicia nera, col fucile imbracciato, chiaramente spaventato.
– Fermo là!, gli urlò.
– Scostati. Mi conosci: sono il brigadiere Nigro. Qui è forse successo qualcosa ed ho il dovere di controllare. Perché, fino a prova contraria, siamo noi le forze dell’ordine.
– Alt! Non potete…..
Cannata non finì la frase: il brigadiere, con una manata l’aveva spostato e già era dentro in un balzo. Con una rapida occhiata, si rese conto che al pianterreno era tutto a posto e così corse sulle scale. Sul ballatoio c’era una porta aperta. In mezzo ad una stanza da letto Silvio Taranto giaceva riverso per terra, mani e piedi legate, con una rozza corda stretta intorno al collo. Era imbavagliato ed indossava il pigiama, segno che malgrado la sorveglianza delle camicie nere era stato sorpreso nel sonno. Si ricordò di quanto diceva Soldati a proposito degli stretti vicoli del rione e realizzò che chiunque, camminando sui tetti, balzando da casa a casa, da muro a muro, aspettando ogni volta il momento buono ed usando come passerella, per esempio, una semplice asse, avrebbe potuto penetrare nella casa. Mentre ispezionava la camera udì una voce roboante dietro di sè.

(fine Mercoledì/1 CONTINUA)

7^ puntata: Martedì parte 7

Martedì/7

La sigaretta era finita da un pezzo, quando Nigro decise di fare una visita al Palazzo Lojodice. Si inerpicò di proposito per le scalette che si inoltravano nel Viale ed uscivano a San Pietro, allungando il tragitto ma passando vicino alla casa di Taranto, con la speranza di trovarlo. Non c’era e così tirò dritto. Incontrò invece molte persone che scendevano a gruppi in paese, tornando dalle “castagne”, i boschi sopra il convento, fra questi, ma in tutta solitudine, Luigi, il padre delle due ragazza morte nell’incidente, con un’ascia in spalla, che lo salutò con un gesto muto. Infine giunse al Palazzo: la domestica, l’amica di Filastò, i cui seni generosi erano sapientemente strizzati in un a dir poco attillato corpetto, lo fece entrare senza problemi, ma in cambio, subito, lo subissò di parole, che solo dopo averla calmata riuscì a decifrare. La giovane Lucia diceva:
– Che guaio terribile, capitano tutte a me, povero padrone, che brutta fine, ed ora cosa farò?, ho paura a star qui tutta da sola, ma mi hanno detto di non muovermi… e così via.
Lo accompagnò per la grande casa e quando esclamò “meno male che ci siete voi carabinieri”, Nigro concluse fra sé che, forse, proprio tutta sola non lo era, la maliziosa camerierina. Il palazzo era decisamente maestoso, decine di stanze su due piani, collegate da labirintici corridoi. Alle pareti stucchi, antichi affreschi, raffinate specchiere, roba da ricchi, ma raffinati. Si intravedevano nelle stanze le lussuose poltrone di raso e i pregevoli arredi, disposti con gusto. Lucia, al brigadiere che glielo chiedeva, confermò che la servitù era composta da altre quattro persone: una lavandaia, che veniva un giorno sì e l’altro no, un’anziana domestica che l’aiutava nelle pulizie, la cuoca ed il marito, giardiniere tuttofare, ma tutti, al tramonto andavano a dormire nella propria casa. Entrarono nello studio, che era la stanza che interessava di più al brigadiere.
Una massiccia scrivania era circondata per tre lati da una ricca biblioteca, anche l’ingresso, infatti vi era incastonato, mentre sulla restante parete si apriva una grande vetrata con pesanti tendaggi. I volumi, che così ad occhio potevano riguardare l’intero scibile, non sembravano però coprire tutta la scaffalatura, anzi c’erano qua e là spazi vuoti e davano l’impressione di essere stati sistemati alla rinfusa.
Colpa dei fascisti di Brega, spiegò Lucia, che il giorno prima l’avevano ispezionata palmo a palmo, così come tutta la casa. E colpa di Brega era anche lo svuotamento dei cassetti della scrivania, tutti forzati. Da lì passarono attraverso una porticina alla camera da letto del padrone. Quasi spartana: un letto in ferro battuto, un cassettone, un grande specchio ed un inginocchiatoio, intarsiato ad arte, posto sotto un quadro di San Francesco. Il brigadiere toccò, tastò, aprì i mobili, ma niente lo mise in allarme. Da un finestrale, poi passarono nella meraviglia del palazzo: il giardino pensile, su cui davano anche lo studio e tutte le altre stanze del piano. Era un vero miracolo. Grande più di una tomolata, il prato, che copriva interamente lo spazio, accoglieva aiole, piante ed anche piccoli alberi. C’era anche un pozzo per l’acqua, al centro ed altri, finti, da cui prendeva luce il sottostante cortile, quello del piano terreno del palazzo.
– Da fuori non si crederebbe che questo palazzo sia così grande e così bello”, esclamò Francesco, “e chissà quanti nascondigli e segreti nasconde….
La domestica rimase perplessa, ma, come se inseguisse un flebile ricordo, disse:
– Posti segreti non ne conosco, però una volta, un paio di mesi fa, ho sentito il padrone che diceva che certe carte le avrebbe messe in un posto dove nessuno avrebbe potuto trovarle.
– E a chi lo disse?”, insisté il brigadiere.
– A Don Pilerio Dieni, il fratello della mia Donna Madrina, la fidanzata del povero padrone. E’ stata lei a trovarmi questo lavoro, due anni fa, e forse è stato per questo che il padrone con me…ehm, non ci ha… avete capito, no?, come si diceva facesse con tutte! Brigadiè, questa cosa l’ho raccontata solo a voi, pure Brega me l’aveva chiesta, ma io non gli ho detto niente, perché è antipatico e maleducato, non è come voi carabinieri…
Finita la visita, Nigro, passando per Santo Marco e per la vianova soprana, fece ritorno alla Caserma. Soldati lo attendeva, ma non si aspettava grandi risultati. Tuttavia, quello che aveva carpito alla domestica lo intrigava non poco. – Veda, Francesco, è come se fossimo di fronte ad un quadro e non riuscissimo a coglierne il senso.
Per esempio, lei, che è stato a Firenze, ha visto la Primavera del Botticelli? Si?, bene. Penso ricordi che ci sono tante figure, nove per la precisione. Se non se lo ricorda le mostro un’illustrazione su questo libro. Vede? Ci sono le tre Grazie che danzano, la Primavera in fiore, un Vento che sospinge una figura femminile, al centro c’è Venere con un Amorino ed, all’estrema destra, un dio greco, Mercurio, mi pare, che sembra cogliere frutti dai rami di un albero. Ora, che significato abbia tutta questa “processione” nessuno lo sa. Si sono fatte tante ipotesi: la raffigurazione mitizzata di un ballo di corte, l’allegoria della morte di una nobile Medici , chi ha detto che si tratti del “Regno di Venere”, chi che siano rappresentati i mesi dell’anno. Ma sono solo ipotesi. Mancano prove o testimonianze certe. In particolare manca il testimone chiave: il pittore, che, ahinoi!, è morto: proprio come De Nitto. Ma, visto che parliamo di pittura, le voglio fare un altro esempio, forse più calzante. Le anticipo che è un po’ macabro. Vede quella riproduzione sulla parete: l’originale si intitola gli Ambasciatori e le due figure hanno ai piedi una specie di osso di pesce. Appoggi la faccia sulla parete e guardi di sbieco quest’osso. Cosa vede?
– Ma…è un teschio!, esclamò Nigro.
– Giusto. Ha visto, un particolare si manifesta nella sua verità solo se cambiamo visuale, qui, tutto sommato era facile, ma se li scovassimo tutti potremmo anche risolvere i misteri che ci interessano, anche quello della Primavera.
– Maresciallo, ogni volta mi fate restare ammirato, quante cose che sapete!
– Poche, sempre meno del nostro comune amico, e comunque semplicemente quand’ero giovane avevo tanto tempo per lo studio. Ed ero fra i pochi, anche nel mio Piemonte, così ricco secondo voi meridionali.
Si fermò un attimo per pensare, poi riprese:
– Ora le faccio una proposta: svaghiamoci un po’. Andiamo al cinema, che ne dice? Alla Scalilla danno Il Cappello a Tre Punte, c’è De Filippo, dev’essere divertente.
– Perché non andiamo a quello qui a fianco? Danno Casta Diva.
– Perché l’ho visto ieri sera, con Don Isidro ed il Capobanda, che lo vedeva fra l’altro per la terza volta. Dai presto, abbiamo il tempo di andare e tornare giusto per mangiare.
Passando per il corridoio incontrarono Filastò: puzzava di profumo come una “puttana vecchia” ed aveva i capelli unti di tricofilina.
– Beh, non a caso si chiama Renzo, disse sottovoce Nigro al maresciallo, che annuì sorridendo sotto i baffi.

In verità il brigadiere il film non lo vide per niente, la stanchezza lo colse e dopo dieci minuti si assopì. Ad un certo punto si sentì strattonare, le luci della sala erano accese e Soldati era già in piedi, stizzito, non si sa se per la pellicola o per la scarsa vocazione cinefila dell’altro. Uscirono e Soldati al ritorno impose di percorrere i vicoli del Viale, che “sono così stretti che dalle finestre di fronte ci si può dare la mano”, notò Soldati. Sotto la casa di Taranto c’erano di guardia due della Milizia.

– Pantusa! Sei sveglio? Che ora è?
– Cannata, e basta, me lo chiedi ogni cinque minuti. E’ mezzanotte pass…ma cos’è questo rumore? Corriamo alla porta…
– …segretario, segretario, che succede?”, urlarono i due, picchiando al massiccio portone con il calcio dei moschetti, segretario!!!!, dai, sfondiamo la porta…
Fu a questo punto che si aprì uno spicchio del balconcino posto sull’uscio e sentirono Taranto rassicurarli:
– Niente. Niente, ragazzi, tranquilli. E’ stato il gatto che ha fatto cadere delle cose: ora che non c’è mia moglie è particolarmente nervoso. Grazie, comunque. Buonanotte, ragazzi! Pussa via…
Un miagolio accompagnò il richiudersi dello spiraglio.
– Pantusa!
– Siii
– Come ti è parso il capo? Non era strano?
– Cannà, e volevo vedere te, con tutto questo casino nel meglio del sonno….

(fine martedì/7 CONTINUA – prossimo capitolo: “MERCOLEDI’”)

6^ puntata: Martedì parte 6

Martedì/6

Viaggiare era una delle cose che amava di più il brigadiere, forse perché per i suoi primi diciotto anni non si era mai mosso dalle sue campagne e quindi tanto lo aveva affascinato quel lungo percorso che tagliando tutta l’Italia l’aveva portato dalla Calabria al Veneto…Sicché, anche il viaggio da Casalmico al suo paesello, che avrebbe avvilito chiunque (si partiva il pomeriggio e si arrivava la mattina dopo), a lui non dispiaceva e poi, alla fine, avrebbe ritrovato i suoi cari. Si trattava di andare con la littorina fino a Cosenza, qui prenderne un’altra, altrettanto lenta, fino a Catanzaro; a Catanzaro prendere la motrice per Sibari, per scendere, però, qualche fermata dopo Crotone, in una desolata stazione fra il mare e le colline. Ed infine avviarsi verso il paese che sorge a qualche chilometro di distanza, a piedi. L’ultima volta aveva approfittato del procaccia e del suo carretto trainato da un vecchio cavallo ed in poco tempo era arrivato a quel mucchio di povere case che era il suo paese, mentre di lontano si intuivano le opulente residenze dei nobili e dei latifondisti. Qui alle prime case lo attendeva la sua famiglia: la cognata ed il nipote. Il ragazzo, sedici anni fra un paio di settimane, alto e biondo, si chiamava come lui ed era il ritratto del brigadiere da adolescente. Carmela, la cognata, sua coetanea, piccola di statura, ma ben fatta ed ancora bella benché da quelle parti le donne invecchiassero presto, era la vedova del suo unico fratello, morto in una disgrazia, mentre lavorava in campagna, quando lei era ancora incinta del piccolo Francesco. Erano stati rivali, Francesco e Giuseppe, che era il fratello maggiore, per il cuore di Carmela, che, infine, aveva scelto il contadino, forse perché la poteva meglio difendere e proteggere, più del fratello carabiniere, la cui divisa lo obbligava lontano, spesso per mesi e mesi. Si sposarono il giorno di Natale del 1919, solo qualche mese dopo, la primavera era nel pieno, Carmela era già vedova e quasi madre. E in questi sedici anni, tre o quattro volte all’anno, quando poteva, per qualche ora o per qualche settimana, il carabiniere tornava dai suoi, perché ora toccava a lui difenderli e proteggerli. Si riconobbero da lontano, Francesco saltò dal carretto e corse ad abbracciarli e così stretti entrarono in casa. Era una casa a due piani, modesta ma pulita ed ordinata. Al piano terreno c’era un ampio ambiente che serviva da soggiorno, con un tavolino al centro, qualche sedia, un divano cassapanca, uno stipo alto ed un altro con delle scansie a vista. Separata da un muretto basso in fondo, c’era la cucina, in un lato si apriva un caminetto. Dalle scale accanto ad un piccolo ripostiglio si saliva all’altro piano, costruito di recente, dove c’erano due camere da letto ed il bagno, con la vasca e l’acqua corrente. Tutta la “legname”, i mobili, e tutti i lavori di muratura e non solo questi provenivano dai risparmi del brigadiere, che era assai frugale ed avveduto nelle sue cose: con quello che guadagnava Carmela in campagna, quando la chiamavano i caporali per qualche lavoro, a stento avrebbe tirato il quotidiano per sé e per il piccolo, che di suo già da tempo faceva qualche giornata. Francesco tirò fuori dallo zaino dei pacchetti: in uno c’era zucchero, un po’ di caffè e della carne, in un altro un piccolo macinino, dono di Don Isidro ed infine un libro per il nipote. Ogni volta gliene portava uno, ci teneva che il ragazzo avesse avuto quella cultura che a lui era stata negata. Stavolta gli aveva portato “Tre uomini in barca”, un bel volume con belle illustrazioni. Il giovane, dopo averlo sfogliato, lo ripose in una scansia, insieme agli altri. C’erano Capitan Fracassa, l’Ultimo dei Mohicani, i Tre Moschettieri, Storie di Roma Antica e della Grecia, i ragazzi della via Pal, le Tigri di Mompracem, Pinocchio e tanti altri. Sull’altra scansia, quella in alto c’erano i ricordini, i souvenir, uno per ogni posto in cui il brigadiere era stato per servizio. Ed era stato in tanti luoghi d’Italia, nella seconda parte della sua vita. Si potevano vedere, fra gli altri, una gondola, una Madonnina, una torre pendente, un piatto con dipinto un David in primo piano e sullo sfondo la città, una Pietà. Ed un carretto siciliano, a ricordo dei cinque anni passati in quell’isola, agli ordini diretti di un prefetto, che i suoi uomini dicevano fosse di ferro.

Ogni volta che vedeva il segretario del fascio si ricordava di quel fine ottobre, quand’era Carabiniere a Milano e faceva parte di una squadra incaricata di arrestare un giornalista, ex socialista ed ex maestro elementare, accusato di fomentare disordini in tutta Italia. Ma all’improvviso arrivò un fonogramma che ordinava, invece, di scortare con tutti gli onori quella stessa persona fino alla stazione centrale, laddove avrebbe preso un treno speciale per Roma….e ogni volta pensava che se quel dispaccio non fosse mai arrivato, di certo non avrebbe mai avuto a che fare con gente come Silvio Taranto. Anche stavolta lo pensò e anche stavolta Don Isidro, che lo conosceva bene e talvolta quasi gli leggeva nel pensiero, gli disse che comunque avrebbe sempre incontrato un Silvio Taranto, ma che probabilmente non sarebbe stato vestito di nero, ma di blu o di marrone. Forse di rosso. Adesso i due vecchi amici erano su un balcone di casa Pettinato, quello che dava sulla Terrazza e lo intravidero inoltrarsi trafelato in uno dei vicoletti che dalla Valle porta al labirintico Viale, uno dei rioni più popolati di Casalmico, laddove lo stesso Taranto abitava con la famiglia: lui, cinque figli e la moglie, incinta. Il prete disse che, sicuramente, stava venendo dalla stazione, perché giusto mezzoretta prima partiva la littorina delle colonie estive, quella che avrebbe portato fino a Cosenza, per poi salire sul treno diretto al mare, un gruppo di figli della lupa e di piccole italiane, insieme alle madri più in vista e meritevoli e la signora Taranto lo era. Francesco si congedò affettuosamente, salutò tutti e scese in piazza per fare il giro delle botteghe e vedere di raccattare qualche informazione.

Come aveva immaginato, non scoprì nulla di nuovo, anzi fu lui ad essere tempestato di domande da parte dei bottegai e degli avventori. Entrò in tutte quelle della piazza, da don Lorenzo, da Giulia, nelle due cantine sulla strada, quelle di Francesco e di Virginia, in quella di Vito, la “grotta” vicino al Municipio, per ognuna bevve un bicchiere di vino, non di più perché era in servizio, comprò infine cinque Giubak sfuse al putighino, che non era solo tabaccheria, ma quasi un piccolo emporio, se ne accese una e si mise sulla piazza a guardare il panorama e riordinare le idee. Dunque, la famiglia De Nitto non era originaria di Casalmico, il nonno, al tempo di Garibaldi, si era appropriato di terre demaniali in Sila e con l’acquisizione di altre terre praticamente per un tozzo di pane, le poche rimaste al debosciato ultimo erede dei Lojodice era diventato uno dei latifondisti dell’altipiano, non fra i più ricchi, ma comunque influente. Prova ne sia che sia il figlio del patriarca sia il nipote, il nostro Umberto, erano divenuti potestà di Casalmico. Umberto De Nitto, tutto sommato simpatico e gioviale, volendo anche alla mano, aveva da poco passato i cinquanta, era scapolo, ma femminaro quanto il padre, comunque, sembrava che fosse intenzionato a sposarsi con una vedova, la sorella dei due fratelli Dieni, Pilerio e Francesco, l’uno podestà di Cosenza, l’altro costruttore edile, quello che aveva vinto gli appalti per Cosenza Nuova. Era chiaramente un matrimonio di interesse: in tal modo si imparentavano due importanti famiglie e De Nitto, oltretutto, cessava di essere celibe, cosa che il regime aborriva e, già che c’era, addirittura tassava. Quasi un mese prima, il 20 di giugno, era avvenuta la prima delle due tragedie che avevano colpito Casalmico ed, indirettamente, De Nitto. Era il giorno della festa dell’Estate e la manifestazione si svolgeva a Borgo Silano, la frazione più grande di Casalmico ed uno dei centri più importanti della Sila cosentina. Per l’occasione il nostro podestà faceva gli onori di casa a quello di Cosenza, il futuro cognato, al Federale di Cosenza, Federico Corigliano, ma soprattutto al ministro dei Lavori Pubblici, il calabrese Gabriele Rossi, sciarpa littoria ed eroe della marcia su Roma, che era venuto con un fidato drappello di Camicie Nere, guidate dal capomanipolo Mario Brega, il terribile “Mitraglia”, che con le sue squadracce era stato protagonista dalle nostre parti di tante feroci azioni, quelle che, in sostanza, non si limitavano solo ad una purga con l’olio di ricino.….C’era anche, ospite d’onore, il Vate: Raffaele D’Angelo, il poeta del Fascismo, che però aveva l’aspetto di uno striminzito vecchio vizioso. Due treni speciali partivano da Cosenza per portare in Sila i gitanti e le ragazze di Casalmico, che con canti e balli, vestite da contadine nel giorno di festa, avrebbero dovuto animare la bella e gioiosa manifestazione. E così fu. Nel primo pomeriggio i notabili, cui si accodò Francesco Dieni, il costruttore, andarono alla Colonia Silana di Federici, per il rinfresco. Il Vate volle che partecipassero anche le due più belle ragazze del balletto. La cosa suscitò grande entusiasmo e le due elette, che erano veramente le più graziose, accolsero con gioia e gratitudine l’invito. Si trattava di Francesca e Maria Rizzo, due ragazze del Viale, poco meno che ventenni, orfane di madre, che poi era la sorellastra di De Nitto, figlia non riconosciuta del di lui padre, il noto gaudente. Dopo qualche ora, dalla colonia partì, alla volta della stazioncina di Borgo, un’automobile guidata da Antonio Castiglione, della Milizia cittadina, che era anche il fidanzato, non in casa, di Maria, mentre via telefono, ché la colonia ne era dotata, si avvertiva il Capostazione di attendere l’arrivo delle due ragazze per far partire il treno di ritorno per Casalmico. I minuti passavano ed alla stazione ci si preoccupò del ritardo e si decise di fare la strada inversa e di andare incontro all’automobile. A pochi chilometri dalla colonia si trovò uno steccato di legno palesemente divelto da poco. In fondo al burrone si intravide un’automobile. Solo a tarda notte si riuscì a recuperare i corpi senza vita dei tre giovani. I soccorritori erano straziati, i notabili si mostrarono profondamente addolorati e si offrirono di pagare il funerale, solo il padre delle ragazze nascondeva la sua afflizione dietro una maschera impenetrabile, ma gli occhi parlavano per lui. Da allora De Nitto si fece ombroso come persona e svogliato come politico: già…, rifletté Nigro, addirittura al mio paesello i muri erano già pieni di manifesti di approvazione alla “nobile battaglia dei fratelli spagnoli contro gli orrori del bolscevismo e dell’ateismo” e qui non ne ho visto nessuno. E qui si arriva alla mattina del giorno prima, quando fu trovato il cadavere del podestà.

(Fine martedì/6 CONTINUA)

5^ puntata: Martedì parte 5

Martedì/5

Erano nel soggiorno, Don Isidro, seduto sul comodo divano dalle fodera di raso rosso, aveva in mano la lettera del cognato ed accanto una copia dell’Osservatore Romano. Alle sue spalle era un grande quadro con una scena di ambientazione classica: delle fanciulle festanti su una barchetta nel laghetto di una villa romana, certamente dell’epoca imperiale. Ispirava un senso di pace e serenità ed a Francesco il quadro piaceva, anche per un che di sensuale che emanava dalle figure femminili, creando un singolare contrasto con quella, apparentemente severa, del prete. Ma Francesco sapeva che il suo amico benché prete, non era un bacchettone e sapeva apprezzare le cose belle, beninteso nel limite che il suo ruolo, ma soprattutto il suo ordine morale, gli imponevano. Il brigadiere esordì dicendo:
– Vedo che anche il piccolo mi chiama Normandia, come fate voi.
– Già – rispose il prete -, dopotutto è un bel soprannome e ti sta bene. Te l’appioppai sul fronte perché sembravi veramente un guerriero di sangue normanno: alto, biondo e con gli occhi chiari. Piacque così tanto, che tutti i soldati della tua compagnia, anche quelli che non ne capivano il perché, ti chiamavano così. Ma ora veniamo a noi. Lo so che non sei venuto solo a farmi una visita o a portarmi il vino. Vuoi sapere se dal mio osservatorio privilegiato si vede qualcosa in più sulle cose che stanno succedendo. Ma ora bevi il caffè che ti sta portando mia sorella Miriam, che poi ti dico.
Miriam era una delle due sorelle di don Isidro, piuttosto piccola di statura, sui quaranta anni, indubbiamente ben portati, aveva un fascino che le proveniva dai modi e dai gesti, misurati e naturalmente gentili, che poi erano il tratto distintivo di tutti i Parodi. Non si era sposata, e molti se ne chiedevano il perché. Don Isidro raccontava che era stata la reginetta del ballo delle debuttanti del ’12, quello del Palermo, quando i Parodi erano ancora in Argentina ed erano fra le più ricche famiglie di Buenos Aires.

Una volta don Isidro aveva narrato l’avventurosa storia del Gaucho Blanco, il miglior cavaliere della Plata, padrone di sconfinati pascoli e di innumerevoli mandrie: per percorrere tutta la sua proprietà, da qualunque punto si partisse, non bastava una giornata del cavallo più veloce. Ma il Gaucho bramava la bellezza femminile ed amava il gioco, sicché con le donne aveva dissipato il suo patrimonio ed al tavolo di truco quello della moglie, Benedicta de Montemayor. E mentre ormai tutta la proprietà era in mano delle banche, si era anche inimicato mezza Buenos Aires. Una notte dei suoi nemici assaltarono la sua hacienda per vendicarsi di un torto subito, questione di donne e di soldi, naturalmente. Fu appiccato un incendio: mentre Benedicta, che nonostante tutto gli era rimasta vicino, periva tra le fiamme, il Gaucho riuscì rocambolescamente a fuggire con i figli ed ad imbarcarli sul primo piroscafo per l’Europa. Sembra che, giorni dopo, mentre si aggirava per le rovine dell’hacienda, sia stato morso da un serpente: così finiva l’avventurosa vita di Antonio Parodi, el Gaucho Blanco. Era il 1913.

– Veramente ottimo questo caffè, signorina Miriam. E vostra sorella dov’è? – chiese il brigadiere.
– E’ in soffitta, a dar da mangiare ai colombi, ma sento che sta scendendo.
Sulla soglia apparve Nives l’altra sorella di don Isidro, con in mano un vassoio e delle scodelle.
– Ben trovata signora, tutto bene? Vedo che li trattate bene i vostri animali.
– Bentornato tu, Francesco, per i colombi, ricorda che sono anch’essi figli di Dio. E all’occorrenza fanno un brodo buonissimo. Miriam, ora lasciamoli soli che devono fare i soliti discorsi da uomini. Se ci volete siamo in cucina, fece Nives Parodi, congedandosi.

– Credo che, essendo passato dalla caserma sappia già abbastanza sul fatto, e poi penso che il mio compagno di tressette non ti abbia nascosto nulla.
– Si, Soldati m’ha detto tutto!
– L’unica cosa che non sai è che il podestà gironzolava dalle parti del convento, da solo, la notte in cui è sparito. L’ha visto il mio sacrestano, che come sai dorme da qualche tempo lì, nella canonica, per sorvegliarlo e tenere lontani i tombaroli e i ladri di reliquie, che per i lavori che stiamo facendo si sono convinti che chissà quale tesoro si nasconda nel santuario. Comunque, Ciccio il sagrestano, quella notte, che nota bene era di luna piena e senza nuvole, era sul sagrato, quando gli si è parato davanti De Nitto chiaramente proveniente dalla scalinata, all’improvviso, quasi per magia dice, eppure fino ad un attimo prima non c’era anima viva e lui stava guardando proprio da quella parte. Scherzi della notte? No, Ciccio è degno di fede e come Peppe, quello che poi ha trovato il cadavere, ha la vista buona e, se ha un impegno, non beve di certo. De Nitto gli ha borbottato qualcosa e poi ha preso l’erta dietro alla chiesa: da quel momento nessuno lo ha più visto. Si, nelle ultime due, tre settimane era molto nervoso, lo hanno notato tutti. E non pochi si sono accorti che non era più lo stesso dalla disgrazia della festa dell’Estate, la morte di quelle ragazze, che, anche se figlie di una sorellastra, erano pur sempre le sue uniche nipoti e parenti, lo aveva intristito. Se solo il sacrestano avesse avuto la presenza di spirito di seguire il podestà, anche solo per curiosità, ora conosceremmo l’amico misterioso che ne ha provocato, bada bene, forse non volontariamente la morte. Ma Ciccio non è un carabiniere….
– Né un prete curioso……
– Verissimo. Francesco, sentimi, ti dico tre cose: uno, stai certo, i latitanti, gli antifascisti, non c’entrano. Due, vedi di parlare con Taranto: secondo me sa qualcosa, è una mia sensazione …. Terzo e ultimo, anche se le camicie nere hanno rovistato in casa del podestà, vedi di farlo anche tu. E’ un vecchio palazzo gentilizio e le leggende sui suoi “segreti” qualche fondamento lo avranno. Voce di popolo…Ma ora parlami di te: cos’hai combinato al tuo paesello, com’è stato il viaggio?”

(fine martedì/5 CONTINUA)

 

4^ puntata: Martedì parte 4

Martedì/4
Quando Nigro ritorna dal paese suo, porta sempre tre bottiglie di vino: una è per il maresciallo, la seconda è per i colleghi, la terza, l’unica di vino bianco, la stava consegnando proprio adesso. Dalla strada sentì il grido festoso di un bambino, che, affacciato al balcone, si rivolgeva a qualcuno che era dentro casa: “Zio!, sta arrivando Normandia!!”

Kenosha (Wis), 6 luglio 1936

Isidoro carissimo,
noi qui stiamo tutti bene e così spero di voi. Stamattina ho ricevuto la tua bellissima lettera e mi accingo a riscriverti, giusto un mese dall’ultima volta. E’ una vera comodità questa posta aerea, uno scrive e dopo quindici giorni gli arriva la risposta: ci fa sentire più vicini. Il sole è appena tramontato dietro le lontane montagne e ricordo ancora quando d’estate, dopo una giornata di lavoro, discorrendo in piazza fra di noi o con gli altri amici, lo vedevamo calare verso Cosenza. Qui il tramonto è diverso, non che è più bello o più brutto: è diverso; forse sono diverso io, perché, forse, sto entrando nell’età in cui i ricordi sono più forti delle speranze. Ma bando alle tristezze. Ti devo dire e confermare che qui tutto si sta mettendo per il meglio dal punto di vista economico, merito del Presidente, Roosvelt, che anche se è costretto su una carrozzella ha l’energia di dieci uomini sani. Sembra che i soldi abbiano ripreso a girare per tutti, tutti finalmente mangiano almeno due volte al giorno ed hanno di nuovo voglia di spendere e divertirsi. Le rovine della depressione sono alle spalle ed anche il nostro negozio, nel suo piccolo, ha ripreso a funzionare e possiamo pagare regolarmente i garzoni, cosa che fino a poco tempo fa non potevamo fare, ma stavano con noi e ci aiutavano per amicizia e perché gli davamo la colazione ed un pasto caldo a mezzogiorno, che poi era anche tutto il nostro guadagno. Ora ne abbiamo sempre sei e ce ne serviranno presto degli altri, perché la bottega è sempre piena: alla gente le scarpe servono e noi fabbrichiamo le “migliori scarpe dei grandi laghi”. Questa frase pubblicitaria l’ha detta qualche giorno fa alla radio sai chi? Il nostro primo garzone, sì proprio quel simpaticone di Orson, che ora fa l’attore in teatro ed alla radio a Nuova York. Era un ragazzo veramente intelligente ed anche di cuore e ce lo sta dimostrando. Alla radio ha parlato tanto di noi, del nostro “Rosebud Shoe Store”, di quando vi lavorava ed ha parlato anche dell’”Italian Parlor”, sai quel locale in periferia, quello in cui, per arrotondare, suona tuo fratello Amil e anch’io do una mano. Durante il proibizionismo era un covo di contrabbandieri, ora è diventato un bel localino, ci viene tanta gente elegante da Milwaukee e da Chicago. Si mangia bene e c’è buona musica. Ma questa c’è sempre stata, merito di tuo fratello e del suo banjo. Come tu mi dicevi, dovrebbe essere tornato dal collegio il mio amato figliolo Ludovico. Abbraccialo particolarmente, non perché gli voglia più bene, ma perché dopotutto è quasi un capofamiglia, è il mio maschio più grande e come me vive lontano, anche se a Firenze almeno vede il bel sole d’Italia. Bacia per me Amilcare ed il piccolo Raffaele, chissà come sarà cresciuto… Accarezza per me i capelli di Antonia e dille di continuare a studiare pianoforte, mi dici che è brava ed un’altra musicista in famiglia non guasta, anche se sono un po’ invidioso perché è un “dono” esclusivo di voi Parodi. Così come la passione del caffè. Ecco vorrei essere ancora in Italia, non tanto per berlo, ma per risentire l’aroma di quando viene tostato dalle tue sorelle. Il profumo si spandeva per tutto Casalmico e la gente, che ne sapeva la provenienza, mi salutava sorridendo mentre lavoravo all’uscio della mia botteguccia di allora. Dì ai ragazzi che sto preparando un pacco con dei regali per loro e, se mi dirai che sono stati bravi, metterò anche un pallone di quelli ovali da calcio americano, che è uno sport per cui quest’anno qui tutti sono impazziti, anche perché il campionato nazionale l’ha vinto il Green Bay, che è la squadra del nostro stato. Ho molto apprezzato quello che stai facendo per il Convento di San Francesco, che mi dici siete riusciti a far diventare bello ed accogliente come un tempo, prima che l’incuria lo trasformasse quasi in un rudere. Del Convento mi piace il posto, lì in alto a dominare il paese, ed il modo di arrivarci, salendo lentamente e faticosamente ripide gradinate, come a testimoniare che la vita stessa è irta e difficile, ma che c’è più gusto se una meta viene raggiunta con le nostre gambe, magari aiutandoci l’un l’altro. Una felicità condivisa, voluta, conquistata è la miglior cosa a cui noi uomini si possa aspirare. Mi dicevi, e anche qui lo sento dire, che in Europa tira, anzi continua a tirare un brutto vento. Vento di guerra. Speriamo di no. Già quella che è finita meno di vent’anni fa ha portato tanti lutti e tanta distruzione, immaginiamo cosa succederebbe adesso, con il progresso che c’è stato della scienza e della tecnica. Speriamo bene, non abbiamo bisogno di altri morti e di altri eroi. Salutami tutti i miei vecchi amici, soprattutto quel carabiniere, Francesco, che ricordo con immenso piacere e ricordami nelle tue preghiere. Ora ti lascio, perché devo scrivere alla mia adorata moglie, altre notizie le apprenderai da lei. A presto rileggerci, ti abbraccio, il tuo adorato cognato, amico e fratello
Salvatore

“Oh!, ciao Francesco, stavo leggendo una lettera di mio cognato, è arrivata poco fa dall’America. Posta aerea… Sta bene e ti saluta. Ma accomodati, che ti faccio preparare un caffè”.

(fine Martedì/4 CONTINUA)

 

3^ puntata: martedì parte 3

Martedì/3

Casalmico, come tutti i paesi di alta collina, anzi premontani, aveva una topografia molto semplice, qualche strada, quasi dei tornanti, che seguono l’andamento dei contrafforti, con abbarbicate intorno case di pietra e calce, dai tetti con le tegole rosse, i ceramili: un presepe, insomma. Dalla stazione, attraversando il rione Pedalina, si arrivava in Piazza, ai canali, bordata dal Corso Silano, la nuova statale, su cui si affacciavano i quartieri di Santa Maria e del Viale, più a monte c’era l’altra via interna principale, Corso Umberto, coi quartieri di San Marco e di San Pietro, mentre ripide scalinate, pomposamente chiamate vie, andavano da monte a valle, attraversando i due Corsi. All’incrocio fra Corso Umberto e Corso Silano, o, come diceva la gente, fra la vianova e la vianova soprana, al Ponte, come invece dicevano quelli di poche parole, c’era la caserma dei Reali Carabinieri a piedi.
Era a qualche centinaio di metri dai canali e Nigro vi arrivò vianova vianova, prendendo l’erta che comincia dalla curva del campanile di San Biagio. Al portone, Grimaldi lo avvertì che il maresciallo lo attendeva con urgenza nel suo ufficio. Soldati stava come Nigro lo immaginava: appoggiato su un lato corto della scrivania, quello che dava sulla porta, fumando il suo eterno mezzo toscano. Il maresciallo andava per i cinquanta, ma giovanile, con un fisico asciutto che lo faceva sembrare ancora più alto di quanto già fosse, con due baffoni in mezzo ad un viso più lungo del normale. Senza neanche salutarlo, col suo accento enfaticamente piemontese, cominciò ad attaccare il brigadiere:
– Una delle prime cose che ho imparato di questo paese è che se si prende la scorciatoia fra gli orti, la cavarella, come la chiamano qui, quella che parte dalle scuole elementari, in tre minuti si arriva dalla stazione alla caserma. Ma lei, Nigro, deve fare come Wanda Osiris in tournée e ricevere saluti, baci ed abbracci per tutta la Pedalina, San Biagio e la Piazza. Devo rilevare però che oggi è arrivato prima del solito, e io, che la conosco bene, so perché. Uno, non si è fermato dal suo amico in tonaca nera; due, già sicuramente reso edotto da qualche suo amico ferroviere e cantinaro, muore dalla curiosità di saperne di più su quel che è successo ieri e io glielo racconto.
Salvo qualche piccolo particolare, il resoconto del maresciallo non si discostava di molto da quanto Nigro aveva ascoltato in treno. In più apprese che, con la scusa dei latitanti rossi, le Camicie Nere di Cosenza presidiavano i boschi sopra Casalmico.
– …e non hanno nemmeno chiesto la collaborazione del locale segretario del fascio. Questo lo so perché proprio lui, Taranto, si è lamentato con me della cosa, ma non qui in caserma. E’ stato per strada, quasi en passant. Anche lui l’ho sentito nervoso…. Ora, concluse Soldati, non posso dire che i suoi metodi mi piacciano, caro Brigadiere, le sue indagini e i suoi interrogatori, spesso, sembrano raccolte di pettegolezzi, ma lei è il mio uomo migliore e conto su di lei per battere sul tempo quegli arroganti vestiti di nero, perché qualcosa di strano è veramente successo e io voglio scoprire il come e il perché. Fra l’altro, non mi hanno fatto esaminare neanche il cadavere, ma sono riuscito a vedere che aveva dei segni sui polsi…Ebbene Nigro, io a quell’ubriacone gli credo ed anche secondo me il Podestà non è morto da solo: qualcuno l’ha aiutato. Ovviamente, questa non è la versione ufficiale, ufficialmente il caso sarà chiuso come “sfortunato incidente”, ma lei, già da dopopranzo, comincerà ad indagare discretamente. E usi pure i suoi metodi. Ora la congedo, anche perché, da ieri, mi è venuto un gran mal di testa e ho bisogno di un cachet. L’aspetto stasera per il suo primo rapporto. Verbale….e dica a Carlotto di farmi qualcosa di leggero!
– “Ai suoi comandi”, disse Nigro ed uscì.
Gli piaceva il suo superiore, anche perché, malgrado Starace, si ostinava a discorrere dando del “lei”, a non chiamare Osiri la Wandissima, a dire cachet invece di cialdino e tournée invece di….chissà cosa s’erano inventati. E poi solo a lui confidava le sue antipatie politiche di vecchio liberale, per colpa delle quali non aveva fatto carriera ed era stato confinato in un paesino del lontano Sud. Nigro andò nella sala che fungeva da refettorio e da “soggiorno”, tranne Grimaldi c’erano tutti, era l’ora di pranzo e Carlotto, il veneto che fungeva da cuoco, stava preparando la solita pasta e patate, piatto nel quale si era ormai rassegnato, più che specializzato. Senza una parola, il brigadiere levò dallo zaino una bottiglia di vino che s’era portato appresso dal paese suo e tutti afferrarono il proprio bicchiere per farselo riempire. Per primo toccava sempre a Lucarelli, l’appuntato, che era di Bologna e parlava solo di lambrusco, ma beveva tutto: a lui spettava il parere. Sistematicamente, dopo un lungo assaggio fatto di piccoli sorsi esclamava sempre “nulla osta”, e finalmente anche gli altri potevano bere: il vicebrigadiere Olivieri, che da borghese faceva il tessitore a Lecco, il carabiniere semplice Filastò, siculo di Catania, per finire a Carlotto ed al genovese Grimaldi, che furtivamente in queste occasioni abbandonava per pochi minuti, il tempo di un sorso, le sue mansioni di piantone, convinto che Soldati non se ne fosse mai accorto. Mentre gustavano il pranzo, il discorso andò naturalmente a finire sui fatti del giorno prima. Lucarelli, lamentandosi dell’alzataccia che gli era toccata, fece notare che nei giorni scorsi aveva visto il Podestà più nervoso e preoccupato del solito. Filastò aggiunse che negli ultimi tempi aveva diradato la vita sociale ed aveva delle notte assai agitate. Non rivelò la fonte di queste informazioni, ma tutti sapevano che le aveva apprese dalla camerierina del defunto, con la quale era, diciamo così, in confidenza. Tutti erano convinti si trattasse di una bella patata bollente ed erano quasi contenti se, come sembrava, l’onere delle indagini fosse toccato alle squadre speciali di Cosenza. Dopopranzo, Nigro si ritirò in camerata e si adagiò sulla sua brandina, giusto per riordinare le idee. Dunque, De Nitto nell’ultima settimana si fa vedere poco in giro, quando proprio è costretto a farsi vedere si mostra agitato, qualcosa lo rode e oltretutto dorme anche male. Poi scompare e d infine lo trovano morto. C’era un altro uomo con lui, dice Peppe, era stato legato ai polsi, dice il maresciallo. A dare retta alle camicie nere c’entrano i comunisti, quelli che per sfuggire all’arresto si sono nascosti nei boschi della Sila, ma Nigro non li faceva così sanguinari. E poi perché prendersela con un pescecane piccolo? Tutto sommato De Nitto non dava fastidio a nessuno, era fascista per convenienza, e, di suo, non avrebbe fatto male ad una mosca. Era pericoloso perché pavido e succube dei suoi superiori, ma nulla di più. No, bisognava indagare sulla sua vita privata. Passava per donnaiolo: qualche marito tradito se l’era presa, per così dire, a morte? Oppure era qualcosa legata ai terreni che di recente aveva comprato in Sila? O era stato un brigante di strada ad ucciderlo? Se fosse così, che ci faceva in giro per i faggi, dalle parti delle sue proprietà, è vero, ma da solo e di notte…? Vabbè che poteva essere defunto già dal giorno prima e ritrovato la mattina seguente, ma qualcosa di preciso in merito a questa domanda poteva venire fuori solo dall’esame del cadavere e non è detto che le Camicie Nere si sarebbero sbottonate. E poi, perché Silvio Taranto, il segretario del fascio, era nervoso: perché era stato scavalcato e sminuito nel suo feudo di Casalmico o perché sapeva o temeva qualcosa?… Insomma, come aveva detto Biagio, di sicuro c’è solo che il podestà è morto e che toccava a lui, al miglior uomo del maresciallo Soldati, scoprire se la matassa aveva dei capi…..

(fine martedì/3 CONTINUA)

 

2^ puntata: Martedì parte 2

(Martedì/2)

Quando il viaggiatore mette il piede a terra alla stazione di Casalmico, si sente felice, sono alla fine del viaggio, pensa. Ma è felicità di breve durata, il tempo di alzare gli occhi e vedere la salita che lo aspetta, una di quelle, rifletté Nigro, che rattristerebbe anche gli occhi di Bartali, la giovane promessa del ciclismo, di cui aveva sentito parlare alla radio. E Nigro la doveva affrontare, in quest’afoso mattino di luglio con l’ingombro dello zaino, abbigliato con la pesante divisa, già accaldato perché i finestrini del treno debbono restare quasi sempre chiusi, altrimenti nelle gallerie, e sono tante, il fumo ti soffoca e a chi ha fatto la grande guerra, come il Brigadiere, sembra di tornare sugli altipiani, in piena battaglia.

La guerra, la Grande Guerra….. niente, rifletteva Nigro, gli avrebbe potuto cambiare la vita, i pensieri come quell’anno passato in luoghi e con gente che un contadino analfabeta e terrone mai si sarebbe immaginato di vedere. Piave, Isonzo, Caporetto erano posti mai uditi, Cadorna, Diaz, Badoglio, persone di cui mai s’era parlato. Il Re, in quanto “re”, ecco, era l’unico personaggio noto, ma non sapeva neanche come si chiamasse. Ma non capiva perché non si mettesse d’accordo con gli altri re forestieri (erano tutti amici, fra di loro), invece di far combattere, fra di loro, la povera gente. Quando arrivò al reggimento, dopo giorni di tradotta, risentì ancora le parole della madre “stai attento, vai a letto presto, non prendere freddo”: d’altra parte aveva solo diciotto anni e mai s’era allontanato dal suo paese, se non per lavorare in campagna. Ma questo lottare disperato contro una terra brulla e ingrata, gli aveva reso il cuore forte, difficilmente si perdeva d’animo. Vide che gli altri, ed anche i polentoni, erano contadini come lui e capì che forse anche i “nemici” avevano i calli sulle mani, e per questo li rispettava e per questo disprezzava, invece, quegli ufficiali, pochi, in verità, ma rumorosi, che parlavano di Patria, di martiri e di sangue. Perché la Patria di tutti i contadini è la Terra, pensava, ed i martiri erano i contadini stessi ed il sangue era sempre e solo il loro, in pace ed in guerra. Il suo battesimo del fuoco fu nella battaglia per “quota 31”, qualunque cosa fosse. Tutta la notte, una notte di veglia, di paura e di pioggia, l’artiglieria aveva tuonato sulle trincee nemiche ed all’alba i fischietti degli ufficiali trillarono per dare il via all’assalto. Lui era uno dei ragazzi della terza ondata, ma non riuscì a muoversi dalla trincea: la prima e la seconda furono spazzate via dalle mitragliatrici austriache, molti non riuscirono a fare neanche un passo, ricadendo addirittura nella trincea stessa. Il suo ufficiale esitò a dare il via, e fu una fortuna perché il comando nel frattempo ordinò di cessare l’assalto. A questo punto, per un tacito accordo, cominciava una breve tregua e i soldati potevano uscire dalle tane per riprendersi i propri morti e curare i feriti. Toccò a quelli della terza ondata e Francesco vide l’inimmaginabile: cadaveri ovunque, quasi a cataste, il soldato più lontano, morto, era a non più di venti metri dal punto di partenza, feriti che trattenevano le visceri con le mani e lamenti e lacrime e sangue, dei vivi e dei morti. Riportò indietro il corpo senza vita di decine di ragazzi, con molti aveva familiarizzato, con uno in particolare: un soldatino di Bergamo, contadino come lui, di diciotto anni come lui, con una madre come lui, che forse gli aveva detto le stesse parole, “stai attento, non prendere freddo…..”. Era un fante della prima ondata e non ce l’aveva fatta, come tanti altri e come tanti altri forse lo sapeva: prima di questa tragica alba aveva attaccato una catenina col crocifisso ad un chiodo della trincea e si era fatto promettere che se fosse morto Francesco avrebbe dovuto scrivere alla madre e farglielo avere. E Francesco glielo promise, anche se non sapeva né scrivere, né leggere. Il giorno dopo, che era domenica, c’era la messa e quando il prete chiese: “c’è un calabrese fra di voi?”, il soldato Nigro alzò la mano, insieme a tanti altri, ma Don Isidro proprio a lui si rivolse pregandolo di aiutarlo nella funzione. Fu una bella e triste messa, Don Isidro era turbato, si capiva, e anche se diceva che il Signore è il nostro pastore e nulla ci fa mancare, forse anche la sua fede quel giorno vacillava. Dopo l’itemissaest, Francesco, invece, si fermò e propose al cappellano: “Padre, se io vi aiuto ad ogni funzione, voi, mi insegnate a leggere ed a scrivere?” Tutto questo tornò in mente al brigadiere quando cominciò a salire l’erta per il paese. Dopo cento gradini ed altrettanti bentornato, finalmente arrivò in piazza, si ristorò con l’acqua fresca dei Canali, poi, alzando lo sguardo, vide una figura a lui familiare affacciata ad un balcone, si toccò la visiera e mimò con la mano un “ci vediamo dopo”. Don Isidro ricambiò il saluto.

Mondo piccolo, avrebbe poi detto uno che di preti se ne intendeva. Eh si, perché il mondo era proprio piccolo se dopo dieci e passa anni dalla Vittoria, il fante Nigro, congedato caporale, diventato brigadiere dei Reali Carabinieri, si ritrovava nello stesso paese del suo tenente cappellano, ora ministro del culto della parrocchia di San Pietro Apostolo in Casalmico e vicario foraneo del Vescovo di Cosenza. Solo il Re era sempre re e, da un paio di mesi, anche Imperatore: Vittorio Emanuele III di Savoia-Carignano, lo stesso della guerra. Però in Italia non comandava più lui: ma questa è un’altra storia.

(fine Martedì/2 CONTINUA)

 

1^ puntata: Martedì parte 1

martedì

Cosenza, le otto passate di un caldo mattino di luglio.

Il brigadiere Nigro correva sul marciapiede della stazione, urlando “fermi” ai ferrovieri: il suo treno stava partendo. Ebbe appena il tempo di buttare lo zaino nella carrozza, da una porta tenuta aperta, e balzarvi sopra. Era appena tornato da una breve licenza, era stato al suo paese a trovare i suoi. Si buttò su una panca e mentre il locomotore usciva dalla stazione, un ferroviere si sedette accanto a lui, era un suo amico. Guardarono insieme il panorama: si passava sopra la confluenza del Busento nel Crati e dopo una lunga galleria si entrava nella vecchia Cosenza, prima di cominciare ad inerpicarsi verso Casalmico e la Sila.

– Non hai saputo?- cominciò a parlare Biagio, il ferroviere, – ieri hanno trovato morto De Nitto, il podestà, dalle parti di Fago del Soldato …era scomparso da due giorni, parlano di malore, ma…..
– ma…?? – insinuò il brigadiere.
– Ma, chi l’ha visto per primo, un fungiaro, dice altre cose, però il maresciallo Soldati non gli crede.
– E perché?
– Perché è Peppe Menzulitru, il più assiduo cliente della cantina di Virginia, ma le stesse cose le ha ridette ieri sera, alla cantina, naturalmente. Io c’ero, ma ti devo dire che con la scusa, per raccontare insomma, Peppe ha guadagnato un mezzo e una gassosa per due settimane, glielo abbiamo dovuto lasciare pagato, altrimenti non parlava. Comunque, Peppe dice di aver trovato il podestà sotto un faggio, aveva il volto un po’ tumefatto, sembrava, dai vestiti che avesse lottato con qualcuno. Sembra che Soldati gli abbia detto che è questa è l’impressione che uno dà quando cade in un bosco. Però Peppe dice che ha visto un’altra persona che si nascondeva, forse perché lo aveva sentito arrivare. Io dico che, secondo me, poteva anche essere un animale.
– E perché no?”, interruppe Nigro.
– Perché Peppe giura che la vista, anche se ha cinquant’anni, lui ce l’ha buona, anche se ancora albeggiava, e che, quando va a funghi non beve mai, il giorno prima.
Intanto, la littorina s’era fermata a Casali, Francesco si voltò a guardare Cosenza Vecchia col castello in alto, che, in grande, gli ricordava la “torre” del suo paese, vecchia sentinella del mare, che lui immaginava piena di vita, al tempo dei Saraceni, ora abbandonata, in mezzo alla malaria ed ai latifondi. Quando il treno ripartì, Biagio riprese:
– Poi ci ha raccontato di essere corso in paese ad avvertire voi carabinieri, che data l’ora dormivano tutti, compreso il piantone, che Soldati si è alzato storto, vuoi per l’ora, vuoi per la notizia, e che si è fatto convinto solo dopo un quarto d’ora e due caffè, di quelli veri, che solo voi a Casalmico ancora avete, altro che noi a bere cicoria! Ma non divago più: Soldati ha chiamato a Cosenza, Peppe afferma di aver capito che bisognava aspettare una squadra speciale, che è arrivata dopo due ore toste, che il Maresciallo ha passato a santiare e gli altri ad ascoltarlo. Quando finalmente la squadra è arrivata, ed erano Camicie Nere, Menzulitru li ha guidati al Fago e appresso c’erano Soldati e anche Lucarelli e Filastò. Arrivati là hanno guardato e poi hanno portato il cadavere su una barella fino ad un furgoncino, che è andato subito a Cosenza. Quando sono tornati alla caserma, a Peppe due di Cosenza l’hanno interrogato per belle ore, solo alle cinque del pomeriggio è uscito. Dice che gli sembrava che era lui l’assassino, se assassinio c’è stato, perché, dico io, di sicuro c’è solo che De Nitto è morto!, concluse Biagio.
Nigro, sebbene l’amico con lo sguardo sollecitasse un commento, rimase sulle sue, quasi perplesso, ma non perché non fosse in grado di avere delle opinioni sulla vicenda, solo che non gli piaceva esternarle a caldo, sia per carattere, sia perché, anche se Biagio era un amico, sempre carabiniere era. Per cui si limitò a scherzarci sopra dicendo: “ma è possibile che al tuo paese non vi posso lasciare due giorni da soli, che mi combinate sempre casino?”. Intanto il treno si era fermato a Perito, quando Biagio si congedò da lui, scendendo dal treno, Nigro d’improvviso fece un piccolo gesto di stizza. Ma non era nulla di grave o di legato al racconto dell’amico, solo che si era reso conto che per ascoltarlo non aveva potuto mettersi in fondo al treno, come faceva sempre, per vedere la “Madonnina”. La Madonnina era una specie di figura, bianca e celeste, che, per un gioco di colori, si riusciva ad intravedere, fumo permettendo, guardando contro la direzione di marcia quando il treno era dentro l’ultima delle sette gallerie che portavano da Bosco a Perito. Non che fosse particolarmente religioso, ma credeva che riuscire a percepire quella “visione” gli portasse fortuna e lui, anche se ancora non lo sapeva, ne avrebbe avuto tanto bisogno, di lì a poco.

Il viaggio proseguì con Nigro che rimase da solo e pensieroso per tutto il tempo sulla panca, tanto assorto da non accorgersi quasi delle stazioni che scorrevano: Magli, Casole-Trenta, Cona, Urbinia, Casalmico….e qui il capotreno gli ricordò che era la sua, di fermata, dicendogli: “Brigadiè, ecchè vi siete addormentato?, scendete, se no vi portiamo in Sila! Fra parentesi, anche oggi siamo in perfetto orario: abbiamo il solito quarto d’ora spaccato di ritardo….”

(fine Martedì/ 1 = CONTINUA)